«Il Libro Aperto», 15 giugno 1998,
pp. 309-310
Voce del verbo sedersi
Uso il verbo «sedersi» nella forma
riflessiva, per un brontolio di intimo pudore, ma la sostanza è identica,
sebbene con un tocco di finesse. Di politesse, intendo, non di amabilité,
per quanto i due termini in parte siano sinonimi; ma, insomma,
intendiamoci!
Dal mio balcone d’ospedale, soprattutto nei
giorni di sole, ho modo di riflettere, si fa per dire, sulla «nobiltà» di
simile azione del vivere quotidiano, senza la quale non esisterebbero né
proclami regi, né encicliche papali, né trattati «inter pares», né lettere ai direttori
di giornale, paragoni a parte.
La causa prima di tanto «posate» riflessioni
mi è offerta da chi, in attesa di far visita a un conoscente ammalato,
usufruisce, sei piani più in basso, delle robuste panche messe a disposizione
da parte dell’ULSS. Ed ecco le varianti che noto:
1) Versione classica: schiena ad angolo più
o meno retto, piedi al suolo e gambe più o meno divaricate (loro lui) o
accostate (loro lei);
2) Versione montagna: dopo aver infilato le
gambe sotto lo schienale, si incomincia ad alzarsi e abbassarsi su di esso, in
allenamento preliminare alle salite e discese sulle pareti rocciose, di una
cordata alpina;
3) Versione mare: in due tempi: da prima si
allargano le braccia a destra e sinistra dello schienale e, allargate le gambe
in «avanti tutta», si procede all’ipotetica tintarella; poi ci si sdraia e si
resta ad occhi chiusi, e chissà che non passi un principe azzurro con la mela
dorata!
4) Versione «fai da te»: piedi ovvero scarpe
da ginnastica sulle assi del sedile e natiche sopra lo schienale; è
scientificamente dimostrato che si tratta di un «sedersi» particolarmente
raccomandabile per chi giunge dopo.
Confesso, comunque, spudoratamente che provo
un’intima complicità e una qualche simpatia verso tutti; mi rattristo, in vero,
solo quando, magari per il freddo, le panche restano vuote di fumatori, di
innamorati, di amici, di ammalati in via di guarigione, di variopinta
amabilità.