Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Il Libro Aperto», pro manuscripto, 15 settembre 1998, p. 393-396

 

Su alcune opere d’arte nelle chiese di Zoldo

 

Dobbiamo essere grati al prof. Flavio Vizzutti, per aver offerto alla comunità e agli amanti della valle di Zoldo il pregevole libro «Le chiese della forania di Zoldo» (Belluno, Tip. Piave, 1995). Un testo che (ripeto quanto ebbi modo di dire al momento della presentazione) dovrebbe essere accolto in ogni famiglia zoldana, ed è male che qualcuno non si renda conto dell’obbligo morale di possedere i testi che illustrano la storia locale.

Con questo intervento, desidero fare due minuscole integrazioni.

 

Le opere a Polpet

La parrocchia di Polpet-Ponte nelle Alpi custodisce alcune opere d’arte provenienti dalle chiese di Fusine e di Coi. Si tratta di un numero (per me imprecisato) di fanali professionali, di due portacelo da coro, settecenteschi, del bastone ligneo usato durante le processioni, di una via crucis.

Tale materiale venne «recuperato», come noto, da mons. Fortunato Zalivani, primo parroco di quella comunità, divenuta parrocchia il 25 dicembre 1948. Egli, di origine di Fusine, aveva vari problemi da risolvere, tutti piuttosto notevoli, quali la costruzione della nuova casa canonica, della chiesa parrocchiale e l’acquisto del materiale mobile ad esse necessario. Fece molto ed è ammirevole lo sforzo e l’ingegno da lui profuso e dimostrato nel condurre a buon fine l’operazione; ma…

Come l’antica chiesa matrice di Pieve di Zoldo, Fusine aveva (ha) un bastone ligneo, di valore artistico e materiale modesto, ma di sicuro significato storico. Quando si facevano le processioni, la persona incaricata del buon ordine e del buon andamento generale, il «guardiano» potremmo dire, reggeva tale bastone. In alto ha quattro facce rettangolari, con disegnati sulla prima un teschio (segno della Scuola o Confraternita dei morti), sulla seconda una corona del rosario (la Confraternita del rosario), sulla terza un ostensorio (la Confraternita del Santissimo) e sull’ultima faccia un libro aperto con sopra tre mele dorate (il segno agiografico di San Nicolò da Bari e, quindi, della parrocchia di Fusine, a lui dedicata). Don Fortunato non si rendeva conto, all’evidenza, del valore di tale strumento para-liturgico, tanto che lo usava buffonescamente nelle rappresentazioni annue del «San Nicolò», per far ridere i bambini (e i grandini). E’ mai possibile l’arciprete di Fusine gliel’avesse venduto o, peggio, regalato?

Non mi soffermo, invece, sugli accennati ferài o fanali e sulle due aste indorate, portacelo, del vecchio coro di Fusine. Mi è sufficiente aver segnalato tale fatto agli studiosi e a chi di dovere.

 

La Via Crucis di Coi

La chiesa di Coi, che, si noti bene, fino a pochi anni fa (al pari delle altre chiese di villaggio), aveva la sua amministrazione, autonoma e separata da quella della parrocchia (con quale democrazia, ovvero giustizia, sono state soppresse queste autonomie?), possedeva una Via Crucis dei Remondini di Bassano, di non grandissimo ma sicuro valore. Essa consiste in quattordici stampe su carta, colorate a mano, con sottostanti frasi di commento bilingue, datate 1765, tutte nelle loro originali cornici lignee verniciate (classicamente) in nero. Tale serie artistica e religiosa era stata acquistata da prè Matteo Rizzardini di Bortolo, nel 1846, come appare dalla nota qui di seguito trascritta. Don Fortunato disse (e scrisse, come si vedrà) d’averla acquistata in data 20 ottobre 1960. domanda: è credibile che don Ernesto gliel’abbia venduta e, se sì, con quale autorizzazione? Dopo una quarantina d’anni dall’asportazione, si va male a fare rivendicazioni di proprietà; il possesso in mani aliene è pur reale, ma legittimo?

Attualmente, i quattordici quadretti della Via Crucis zoldana sono collocati nella cripta della nuova chiesa parrocchiale di Polpet, assieme ad una targhetta lignea d’epoca, che dice: «Via Crucis 1765 – C.A.P.P.» e un altro quadretto con l’autorizzazione ad erigere, secondo le norme canoniche di allora, tale devozione e a ottenere le indulgenze ad essa vincolate. In basso vi è, poi, la nota manoscritta dell’offerente e sul retro quella di don Zalivani. Il testo dei tre scritti è il seguente:

«In nomine Domini. Amen. Testor ego infrascriptus, vigore Brevium Summorum Pontificum Clementis XIII et Benedicti XIV Sacras Stationes Viae Crucis in Ecclesia S. Peregrinis Paroeciae S. Nicolai de Zaudo Dioeceseos Bellunis, visa prius approbatione Illustrissimi et Reverendissimi D. D. Ordinarii, juxta regulas praescriptas die IV Mensis Junii Anni 1846 benedixisse et erexisse; ita ut omnes pium hujuscemodi exercitium rite perficentes adnexas indulgentias lucrari possint. In quorum fidem et c. [Timbro a stampa e timbro a secco, poi firma di] Fr. Bonaventura a Ma serio Strict. Observ. de licentia R. P. Guard. S. Michaelis Venetiar.», «Matteo Rizzardini di Bortolo fece fare questa Via Crucis per sua Devozione A.o 1846»,«Acquistata dalla Chiesa di S. Pellegrino di Coi di Zoldo Alto il 20 ottobre 1960. [Firma di] D. Fortunato Zalivani Parroco [Timbro della parrocchia di Polpet – Ponte nelle Alpi]».

 

La vecchia casa Pellegrini di Dozza

La seconda, minuscola integrazione si riferisce a una pagina oscura del casato Pellegrini da Dozza.

Ancora nel 1872, in quella che è una delle prime edizioni a stampa della valle di Zoldo, l’inglese Amalia B. Edwards (nella ristampa del 1985 a p. 230) si era fermata e soffermata con ammirazione in casa Pellegrini di Pieve, ovvero a Dozza (allora semplice località di Pieve e non paese a sé stante, essendo tale l’unica casa del posto). Tornata in Gran Bretagna, aveva scritto:

«Raggiungiamo Pieve di Zoldo, dove, davanti al portone di una grande casa bianca, smontiamo dalla cavalcatura accolti dalla sorella del giovane Pezzè, Signora Pellegrini. Essa ha sposato un uomo facoltoso, discendente da un’antica famiglia e vive in modo agiato e patriarcale con abitudini e costumi molto simili a quelli della nobiltà inglese di campagna al tempo dei Tudors. Porta le chiavi appese alla cintura e sorveglia personalmente le vacche e la mungitura, i maiali e i polli e attende alla cucina. Lungo una scala spaziosa, entriamo nella sala d’ingresso, sulle pareti della quale sono appesi i ritratti degli antenati del Signor Pellegrini, che furono un tempo Vescovi, Priori, Capitani e gentiluomini incipriati, adorni di gorgiere e di merletti. Dal grande ingresso passiamo in un salotto più raccolto, dove una tavola è già apparecchiata per il pranzo. Il padrone di casa è purtroppo assente…» (trad. della Nuovi Sentieri Editore).

Dobbiamo alla diligenza dello storico (inedito) Luigi Lazzarin (1891-1915), di Bragarezza di Zoldo, questa annotazione: «Come mi disse Luigi Pellegrini da Dozza, il papa Sisto V (1585-1590) con una Bolla del 1585 dava facoltà alla Famiglia Pellegrini di erigersi una cappella nella propria casa» (Memorie storiche, vol. II, p. 72). Tale abitazione, aggiunge in un’altra nota, può essere considerata tra gli «edifizi e oggetti d’arte e monumenti»; infatti essa è «il palazzo Pellegrini, ora [=1914] demolito, ed ivi fabbricata la casa di Mazzucco Adriano. Eravi una cappella e nelle sale i ritratti dei sacerdoti e personaggi che un tempo ebbe quella famiglia, la più cospicua del paese, caduta in povertà or son pochi anni». In altre pagine il Lazzarn offre la descrizione dello stemma, l’ubicazione del banco (i banchi) riservato in chiesa di Pieve e l’indicazione che la cappella gentilizia era dedicata alla Santissima Trinità.

Non so la ragione del tracollo economico della famiglia, con la materiale e irragionevole demolizione dell’antico palazzo e della cappella, con la conseguente dispersione delle opere d’arte, dei paramenti, degli archivi, ecc. qualcosa, come ovvio, è stato conservato, ma, anche dal semplice confronto con le testimonianze della Edwards e del Lazzarin, si ha la certezza che in proporzione sia stato conservato assai poco.

Alle pp. 80-81 dell’opera citata, oltreché nella precedente catalogazione relativa alla chiesa arcipretale di Zoldo, il prof. Vizzutti prende in esame il frammento di una pala d’altare, ora posseduta dalla chiesa pievanale, che raffigura «l’eterno Padre con lo Spirito Santo». Definisce tale frammento «di nobile fattura e di notevole spigliatezza compositiva», ecc., sicché «un recente, provvido restauro […] ha restituito alla tela la sua originaria importanza e godibilità estetica, tanto da essere tolto dai depositi». Che si tratti di un frammento della pala dell’antico oratorio della Santissima Trinità? E’ tutt’altro che da escludere.

Dell’altro materiale d’archivio [ora rimasto], gelosamente custodito, sarà iniziato l’inventario non appena possibile.