Foglio di pp. 4, s.n.t., ma
Belluno, Tip. Nero su Bianco, 1996.
Ripubblicata pro manuscripto a c. del Centro culturale «Amicizia e Libertà»,
novembre 2001
Lettera per la Pasqua
1996
Ho creduto bene riprendere un articolo del
prof. Sabino Acquaviva, apparso su «Il Gazzettino» del 14 gennaio scorso (p. 1)
con il titolo «Quando la miseria è senza ritorno, disperata». Nella sua
cortesia, l’Autore mi ha autorizzato a farlo.
Quell’analisi mi trova consenziente e mi ha
fatto riflettere; mi accomuna pure la percezione del problema: chi non sente
scorrere sulla propria pelle la mano, ora carezzevole, ora violenta,
dell’umanità?
Ma ci può essere la nostra mano, forse
piccola, forse scoraggiata, che traccia il suo solco; ci può essere la nostra
mente, pur incerta, che studia possibili soluzioni e pone nella terra un seme
di luce, perché germogli una civiltà gioiosamente umana!
C’è, soprattutto, la mano paterna e onnipotente
di Dio, che ci suscita a dignità di figli e a responsabilità di liberi
fratelli; la mano forte e appassionata di Colui che non abbandonò il Figlio,
Gesù, nelle tenebre del sepolcro e nell’umiliazione della tomba.
Noi speriamo, noi crediamo in Lui; con la
Chiesa, Lo proclamiamo vincitore del male, Lo celebriamo, e ci auguriamo
vicendevolmente di percepirne il messaggio e la freschezza di vita nuova. - Con
un ricordo particolare a Lui, nella preghiera.
***
L’altro giorno a Roma è morto un barbone che
possedeva 300 milioni, custoditi alla Posta, ma abitava ai Parioli, in una
roulotte nascosta dalla vegetazione. Era un bellunese che, evidentemente, come
la maggioranza dei veneti, aveva uno spiccato senso del risparmio. Era
assistito da un volontario della Comunità di Sant’Egidio.
Ma si trattava di un povero o di un uomo che
poteva cavarsela da solo?
Per rispondere a questa domanda, bisogna
farsene un’altra: cosa significa essere poveri? Significa non avere soldi,
oppure essere degli infelici, degli emarginati, soli, senza affetti, privi di
un amore autentico, della ricchezza rappresentata da rapporti umani soddisfacenti,
che rendano gradevole la vita?
Credo che possiamo affermare, senza ombra di
dubbio, che la vera povertà è anzitutto psicologica. Si può essere poveri anche
perché veniamo isolati (o ci isoliamo) psicologicamente. E da questo punto di
vista la società rende drammaticamente povere milioni di persone. Insomma, come
osservava qualche tempo fa un mio amico egiziano, salvo eccezioni la nostra è
una ricca società di poveracci.
All’inizio dell’Ottocento, quando la
rivoluzione industriale prese forma, per dilatarsi poi, nello spazio di due
secoli, in una parte del pianeta, la politica degli Stati si fondò sul
presupposto che il benessere avrebbe prodotto la felicità. Che una società di
benestanti sarebbe stata una società felice. E, quindi, si è continuato a
lottare per aumentare il reddito, per tutelare lo stato di diritto, e via
dicendo.
Tutti obiettivi importanti: : il benessere,
l’istruzione, il possedere una casa e simili sono ormai dei diritti acquisiti.
Soltanto che, via via che si raggiungevano questi obiettivi, ci si rendeva
conto che non si stava costruendo la felicità. Anzi, al contrario, il reddito aumentava
e il tasso di suicidi cresceva quasi in proporzione. Ed anche in Italia le
statistiche dimostrano che anche oggi, proprio in quelle regioni in cui il
reddito è più elevato, in cui servizi sociali e scuole funzionano, il disagio
psicologico è maggiore, i suicidi più frequenti.
Conclusioni? E’ vero che il barbone dei
Parioli possedeva trecento milioni, ma era povero dentro, nel profondo
dell’anima. Si trattava di una miseria disperata e senza ritorno, e dunque
avevano ragione i volontari della Comunità di Sant’Egidio ad occuparsi di lui.
Fino a quando si è attenti soltanto alle
condizioni economiche, si possiede un’immagine della realtà più o meno
distorta, mentre quando si avvicina il nostro prossimo, ci si rende conto di
quanta disperazione nascosta esiste nell’animo di molti.
Al momento del crollo del cosiddetto
socialismo reale, si credette di poter concludere che la nostra società, pur
con lacune e difetti, è la migliore possibile. Ma non è vero. Se le società
cosiddette socialiste erano peggiori, questa non è molto migliore.
Quando, alcuni anni or sono, si decise di
ripulire la metropolitana di New York, ne uscirono quasi settantamila
barboni. Recenti inchieste hanno
portato alla conclusione che gli emarginati sono ottocentocinquantamila in
Germania ed oltre seicentomila in Francia e Gran Bretagna. In Italia sarebbero
tra centocinquanta e duecentomila.
Queste cifre devono essere prese con le
pinze, ma dimostrano che il fenomeno è diffuso ovunque nel mondo sviluppato.
Ma è vero che l’emarginazione è il prodotto
della disoccupazione? Sì, certamente, ma soltanto in parte. Il resto? E’ il
risultato della difficoltà di adattarsi a vivere in una società ferocemente
competitiva, violenta.
In un mondo in cui il calore di un affetto o
di un amore stabile è quasi sempre un’utopia. In cui i valori che un tempo
pilotavano la vita, sono ormai fragili; in cui l’agonia della morale disorienta
molte persone; in cui quartieri, periferie, centri commerciali delle nostre
metropoli sono fatti più per dividere che per unire. Quindi, di fronte alla fatica
di vivere, molti capitolano. Alcuni già a scuola, altri al momento di
cominciare a lavorare, o di fronte alle prime disillusioni affettive, altri
ancora più avanti.
Ma i barboni, ricchi o poveri materialmente,
quasi sempre poverissimi dal punto di vista psicologico, sono soltanto il
simbolo o, meglio, la punta dell’iceberg dell’infelicità e del disagio in cui
vive la maggioranza della gente di questa società.
E’ possibile rimediare? Sì, è possibile; ma
per farlo è necessario pensare, progettare, sperimentare una società diversa.
E’ indispensabile che i politici cambino
mentalità, cultura e strategie; che si occupino meno di par condicio, di
elezioni, di voto e controvoto, di maggioritario e proporzionale, pensando di
più, molto di più, a come trasformare, anzi ricostruire la società, per renderla
vivibile anche sul piano psicologico.
In fondo, come sostenevano i padri della
Costituzione americana, fra i doveri di chi fa politica vi è anche (o
soprattutto) la felicità della gente.