«Osservatore Romano», 23 agosto
1996, p. 9
La Comunità di Cadore, antica democrazia
L’incontro ufficiale del Santo Padre con la Magnifica
Comunità di Cadore, domenica 21 luglio 1996, rappresenta per quella storica
comunità, come ben disse il suo presidente, prof. De Martin, «una giornata
indimenticabile».
I mass media hanno offerto a riguardo
numerosi servizi, pur senza approfondire alcuni aspetti, anche importanti. Nel
caso della Magnifica Comunità di Cadore, ci si trova di fronte a una
istituzione atipica del più vasto panorama istituzionale pubblico italiano. Si
tratta di un fenomeno storico e giurino interessantissimo, con ben pochi
riscontri, se ci sono, sull’intero territorio nazionale.
L’attuale provincia di Belluno, infatti, di
cui amministrativamente il Cadore fa parte, è una creazione franco-napoleonica,
poi assunta e confermata dall’Impero d’austria, risultante dalla fusione delle
tre province venete di Belluno vera e propria (con i capitaniati di Agordo e
Zoldo), di Feltre (allora e sino al 1986 pure diocesi autonoma) e, appunto, di
Cadore, parte della più vasta «Patria del Friuli» e, sino al 1846, della
diocesi di Udine. A differenza delle ex-province di Belluno e di Feltre, quella
di Cadore si è moralmente ricostituita all’interno, appunto, di quella attuale,
e dell’ordinamento amministrativo dello Stato.
Il fenomeno è qualificabile come un
rilevantissimo «unicum» storico, in quanto frutto di una scelta popolare, «dal
basso», e non una provincia imposta «dall’alto». La ricostituzione, sotto forma
di ente di diritto pubblico dei quale sono membri i Comuni dell’antica
provincia cadorina e, di diritto, l’arcidiacono del Cadore, abate mitrato
nominato in accordo con la Comunità stessa, avvenne nel 1875. Da allora la
Comunità non è più venuta meno, nonostante i grandi mutamenti politici
nazionali.
D’altronde, come potevano i Cadorini
ignorare di essere sempre stati un popolo libero? La proprietà e
l’amministrazione del territorio furono sempre in mano alle famiglie
originarie, organizzate in democraticissime organizzazioni denominate «Regole»,
vincolate da uno statuto, detto «laudo», approvato dall’assemblea dei
capofamiglia. Già i documenti più antichi provano l’esistenza delle Regole e,
con esse, della libertà cadorina. Così nel 1186 le Regole di Oltrepiave e di
Comelico Inferiore, nel 1188 quelle di Lozzo e di Auronzo, nel 1213 quelle di
Lorenzago e di Santo Stefano acquistano e scambiano tra loro le montagne
pascolive della zona, di cui sono proprietarie.
Da documenti del 1191 compare per la prima
volta anche il nome «fabula» cioè «consiglio». Agli inizi del 1300 troviamo i
primi «vicarius Cadubrii», nel 1338 il «Generale Consiglio». Nel 1347 il Cadore
si diede spontaneamente al patriarca di Aquileia, nel 1420 si unì a Venezia,
presentando dieci condizioni a salvaguardia delle proprie autonomie, che
vennero tutte accettate e rispettate, sino all’avvento delle soldataglie napoleoniche,
che tentarono di distruggere le antiche, libere istituzioni. Ma, dopo una
settantina d’anni, il Cadore aveva riacquistato la sua unità morale.
Comprendiamo meglio, ora, le parole del
Santo Padre: «Terra di storia nobile e fiera, che ha nello statuto di questa
“Magnifica Comunità Cadorina” un esempio importante di corresponsabilità di
popolo nella gestione della cosa pubblica, attraverso le sue “Regole” e
tradizioni». E’ necessario ricordare che pure queste antichissime
organizzazioni familiari sono state riconosciute dalla legge, al pari della
Magnifica come tale. Ciò è avvenuto con il decreto legislativo n. 1104 del 3
maggio 1948, confermato dalla legge sulla montagna del 1972 e dall’ultima legge
sulla montagna: la n. 97 del 31 gennaio 1994.
Questa, infatti, già all’art. 3, si occupa
delle «Organizzazioni montane per la gestione di beni agro-silvo-pastorali»,
nominando esplicitamente le Regole del Cadore e del Bellunese in genere, quali
enti privati, dotati di autonomia statutaria, che «determinano con proprie
disposizioni i criteri oggettivi di appartenenza».
In un’Italia alla faticosa ricerca di nuove
forme di gestione della vita pubblica, la corresponsabilità del popolo
cadorino, tramite le organizzazioni familiari o Regole, non può non far riflettere
e non assurgere a punto di riferimento, di studio e di possibile confronto.