«Il Gazzettino», edizione di
Belluno, 26 agosto 1993, p. 1
Luciani: a un mese dall’elezione
l’ansia del momento presente
Il 28 luglio 1978 e, quindi, a soli nove giorni
dalla morte di Paolo VI e dal conclave dal quale sarebbe uscito papa, il
patriarca Luciani mi inviò una lettera, ora conservata dal Seminario diocesano,
cui l’ho donata. E’ un testo semplicissimo, già varie volte pubblicato.
Le importanti dichiarazioni del fratello del
pontefice, Edoardo, sulle rivelazioni fattegli dalla superstite veggente di
Fatima, mi aiutano a risolvere, finalmente, in senso positivo, il dubbio che
già allora, con quella lettera, era affiorato in me e che mi ha accompagnato
per quindici anni: Luciani sapeva di diventare papa?
Nel 1978 ero un chierico, ricevere una
lettera dal patriarca era un onore e un’emozione. Mi ero rivolto a Luciani,
come ai vescovi Bortignon e Muccin, per avere una testimonianza sul rettore del
seminario mons. Angelo Santin. Bortignon e Muccin mi inviarono due testi
bellissimi, anch’essi ormai pubblicati. Luciani, che avevo visto di persona
solo un paio di volte, rispose dicendo: «Non mi è possibile stendere l’articolo
desiderato» e spiegò, a me, seminarista poco più che ventenne: «I miei rapporti
con il carissimo e compianto mons. Santin sono stati troppo personali». Poi,
però, quasi lasciandosi trascinare dai ricordi, stese alcune righe di
confidenze, che concluse: «Abbiamo lavorato e sofferto insieme».
A questo punto, aggiungeva: «Scendere a
dettagli ed episodi non credo sia opportuno» (ripeteva, cioè, il diniego
iniziale), ma ora lo faceva con un altro e più enigmatico motivo: «al momento
presente, per me».
Ai primi di agosto del 1978, quando
ricevetti la lettera, non potevo prevedere quello che sarebbe capitato, di lì a
pochi giorni, a Chi mi scriveva. E, per quindici anni, mi sono chiesto: «Perché
allora il cardinale Luciani si sentiva
in dovere di tanta prudenza da impedire a se stesso di “scendere a dettagli”,
come avrebbe voluto? Perché, nel volgere di poche righe, mi aveva offerto due
spiegazioni, una diversa dall’altra? Da prima l’eccezionalità del rapporto con
mons. Santin e, più avanti, quell’enigmatico “momento presente” che, già allora
(mi permetto di farlo notare), lo condizionava e lo vincolava».
Al momento della sua morte, agli inizi del
1975, mons. Santin lasciò i suoi libri al seminario, come pensava di fare
Luciani. Tra le pubblicazioni, quelle che l’illustre Discepolo, come un figlio spirituale,
da quando era divenuto vescovo di Vittorio Veneto gli aveva fatto regolarmente
pervenire: le sue. E mons. Santin continuava a leggerle, sottolinearle e
annotarle, quasi don Albino fosse stato ancora suo discepolo o collaboratore,
ma «da tenere sott’occhio». Che, da Dio, possano intercedere per quanti,
vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, continuano a «lavorare e soffrire» per
la Chiesa.