Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Dolomiti», a. V, n. 5 (ottobre 1982), pp. 51-52

 

Legami di fede e amicizia

tra Coi di Zoldo e Zoppè di Cadore

 

Zoppè è un paese geograficamente della valle di Zoldo, ma storicamente da sempre legato al Cadore, alla vita e alle vicissitudini della sua Magnifica Comunità. Ribadendo di appartenere al Cadore, Zoppè non ha mai inteso affermare uno spirito di superficiale campanilismo, né, tanto meno, di antagonismo con i villaggi zoldani.

E’ inesatto, d’altra parte, credere che gli Zoldani, nei secoli, abbiano visto nell’affermazione di identità degli Zoppedini una ingiuriosa offesa alle loro tradizioni. Gli Zoldani, piuttosto, in una maniera dipendente da Regola a Regola e da periodo a periodo storico , possono ben credere di non aver voluto emarginare Zoppè quale minoranza indesiderata e le liti vicendevoli (facilmente documentabili e, per ciò stesso, di cui è facile documentaristicamente abusare) non nascevano dal fatto di essere l’una Regola del Cadore e l’altra (o le altre) di Zoldo, in quanto erano le stesse liti che sorgevano all’interno delle due comunità, bellunese-zoldana e cadorina.

Un villaggio e una Regola zoldana, in particolare, trovano abbondante materiale per provare un secolare rapporto di sostanziale collaborazione e buon vicinato con i villaggi e la Regola di Zoppè di Cadore: Coi e la sua Regola Grande. Zoppè era ed è formato da diverse borgate, così la sua Regola e attualmente il Comune.

Coi si trovava nella singolare situazione di appartenere a tutte e due le consociazioni zoldane, oggi chiamate Regola Grande (comprendente le frazioni di Fusine, Soramaè, Pianaz, Mareson, Pecol e Coi) e Regola Piccola (comprendente le frazioni di Brusadaz, Costa, Iral, Rutòrbol, Pianaz, Coi e un tempo anche Mas e Mascagnin, tramontati). [1] Questa Regola Piccola un tempo, come mi informa il cav. Giovanni Soramaè, veniva chiamata Regola Grande dei Coi, mentre in seno alle altre Regole, per non fare confusione, gli abitanti del villaggio di Coi in se stesso venivano chiamati Consorti.

I territori delle due Regole, di Zoppè e Grande di Coi, confinano per lunghi tratti. Attualmente i nomi dei luoghi, i sentieri e le possibilità naturali di questi territori non sono più ben conosciuti, soprattutto dalle giovani generazioni, e «la mont», che un tempo avvicinava i suoi proprietari, ora li separa, ergendosi come una barriera fisica praticamente insormontabile. Fino a pochi decenni or sono, invece, prati e boschi (accanto alle già accennate liti) hanno costituito per Zoppè e Coi un’occasione di incontro, eccezionale nella sua vastità, e hanno permesso di creare uno scambio reciproco di elementi culturali e, addirittura, una piccola, ma in proporzione significativa, fusione dei due gruppi umani.

E’ significativo il numero dei matrimoni tra i due paesi e – sia pur riferito e testimoniato con la gioiosa semplicità in cui è vissuto! – l’apprezzamento positivo tradizionale che i giovani di Coi fanno (ancora) delle ragazze di Zoppè. Apprezzamento che, almeno nel tempo, deve essere stato ben corrisposto, visto il numero delle «tóse» zoldane «incasade» a Zoppè. E, per tutte, mi sembra indicativo che un’antenata dell’attuale parroco del Comune cadorino, don Antonio Mattiuzzi, sia stata un membro di quella Casa De Pellegrini Dai Coi la cui nobiltà era stata riconosciuta fin dagli inizi del Settecento e che aveva, quindi, in paese un certo peso anche in queste cose. [2]

I saldi legami tra Coi e Zoppè sono poi documentati da alcune tradizioni religiose. Non sono molti anni che i regolieri di Coi andavano processionalmente, cantando e salmodiando, alla chiesa di Sant’Anna di Zoppè, per «tóle la pióa» quando c’era la siccità, e «tóle al sól» quando le persistenti piogge potevano danneggiare il lavoro dei prati e i raccolti.

Alcune persone viventi possono testimoniare questa pratica devozionale. E la testimoniano le espressioni popolari, ancora in uso: «Andóne a tóle la pióa?», «Sarave da ‘ndà a Sant’Ana in Žopè». E le battute e le storielle degli scettici sul mancato «funzionamento» di alcune processioni, a dimostrazione ulteriore di quanto la pratica tradizionale coinvolgesse l’intera popolazione: «I é andai a tóle la pióa… kan ke i èra darè veni ka, ‘l à scomenžà a sdroià e i s’à negà duti», come a dire: «Troppa grazia, Sant’Antonio!», oppure: «Veniva che Dio la mandava!».

Regolarmente, poi, ogni anno, il 26 luglio quelli di Coi andavano alla festa patronale di Sant’Anna a Zoppè. Ma forse pochi sanno che, circa una settimana dopo, anche quelli di Zoppè andavano alla festa patronale di San Pellegrino, a Coi.

Quando, nel 1862, facendosi forte di alcune disposizioni canoniche, il parroco di Zoppè, don Pietro De Vido, chiese ed ottenne dal vescovo di Belluno di non fare la processione a Coi, ebbe le sue belle grane in paese. Il 26 maggio 1862, dunque, il parroco del paese cadorino scrisse alla Curia vescovile di Belluno: «Il giorno 1° agosto d’ogni anno si suole in questa Parrocchia fare una processione ai Coi, piccolo villaggio della Parrocchia di S. Nicolò di Zoldo – qua si canta la messa e dopo una fermata si ritorna, pur processionalmente. Mettendosi in questa processione fra andata e ritorno il tempo di almeno sei ore, si andrebbe quind’innanzi contro le prescrizioni Sinodali, quindi domando con questa Deputazione con cui la si prega a volerne commutare, ritenendolo un voto di antenati, in una processione attorno questa Parrocchia, con dappoi una messa cantata».

Sullo stesso foglio della richiesta, una nota di risposta dice: «Si avarà nel senso del Paroco con Decreto 3 giugno 1862 N. 239 – Feltre, 3 giugno 1862, dalla residenza vescovile (firma non chiara)».

Contro la decisione del parroco «modernista», un anno dopo, il 29 giugno 1863, i capifamiglia scrissero una loro lettera al vescovo, cui fa sèguito un intero foglio di firme: «Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vescovo. Fino dai più remoti tempi la popolazione di questo Comune ebbe la lodevole devozione di recarsi processionalmente il giorno 1° agosto di ogni anno ai Coi di Zoldo alto Parrocchia di S. Nicolò, lontano da questo Comune meno di tre miglia, a visitare il Santuario dedicato a S. Pellegrino, e tale devozione venne sempre continuata anche in appresso. Solo nel presente anno venne tralasciata tal processione perché il Molto Rev.do Parroco locale dichiarò che le Leggi Sinodali vietavano le processioni fuori di Parrocchia.

«Li Sottoscritti Capifamiglia di questo Comune, desiderosi di conservare una tale devozione, supplicano rispettosamente Vostra Signoria Reverendissima a graziosamente concedere che la detta Processione venga fatta in questo e nei p.v. [= prossimi venturi] anni ed impartisca al Molto Rev.do Parroco locale il voluto permesso.

«Monsignor, i Sottoscritti Capifamiglia e rappresentanti l’intera popolazione ai vostri piedi prostrati umilmente tal grazia dimandano e fidanziosi di ottenerla dalla Vostra Paternità, rendono anticipate le più sentite Grazie».

Malgrado la richiesta dei fedeli, la processione, questo pellegrinaggio di fede e di amicizia tra Zoppè e Coi, tra Zoldo e il Cadore, non si fece più.

Non è possibile e giusto classificare questa storia come «storia minore», quasi non degna di essere ricordata, perché è la storia della maggioranza degli abitanti dei due villaggi.

Non è corretto neppure sminuire la rilevanza sociale delle relazioni religiose di persone che iniziavano i documenti ufficiali nel nome di Dio, guardavano alle autorità civili inserendole in un alone di sacralità, di «per grazia di Dio»; non è corretto dimenticare che uno stesso gonfalone rappresentava la comunità civile della Regola e quella religiosa all’interno della Parrocchia, e che tra religioso e civile correva un rapporto di interdipendenza. Il calendario stesso, ad esempio, era scandito sulle feste religiose, l’elezione del nuovo Giurato della Regola cadeva il 12 luglio, festa dei compatroni, i Santi Ermagora e Fortunato, [3] spettava ai Decani Pellegrini e Rizzardini portare il gonfalone di San Pellegrino. [4]

La vigilia della festa patronale i giovani si incontravano a ballare in una casa privata o, più spesso, in un fienile. E’ qui probabilmente che c’era posto e tempo per conoscersi e far amicizia. Non c’erano molte possibilità materiali di divertimento, non si organizzava la fiera come in altri paesi, per cui bisognava sviluppare al massimo la creatività personale.

Molto spazio era lasciato al canto corale, sia sacro che profano: la messa cantata e i vesperi, puntigliosamente fissati tra i legati della chiesa; cori improvvisati, con qualche musicista, alla sera.

Il Tamài era la grande via di andata e ritorno Coi - Zoppè, strada del lavoro dei contadini e dei boscaioli, testimone di incontri di giovani e di drammi di gelosia e di miseria umana e – perché no? di fede e di amicizia di due popoli.

 



[1] Nota postuma: questa distinzione tra le due Regole non è esatta, soprattutto per quanto riguarda i loro nomi. Questo era il modo errato di indicarle allora in uso. Su questo punto non è necessario dilungarsi, in quanto sono state fatte le necessarie rettifiche, soprattutto in fase di ricostituzione legale delle Regole dell’alto Zoldo. Del resto, l’articolo stesso accenna, subito dopo, alla precisazione offerta dal cav. Soramaè, che coglie nel segno.

[2] Questa dichiarazione di nobiltà deriva dagli appunti trasmessi dall’avv. Antonio Pellegrini (De Pellegrini Dai Coi) a don Ernesto Ampezzan. Successive verifiche, però, non l’hanno confermata. A meno che i discendenti dell’avv. Antonio non siano in possesso di materiale che, al momento, è sconosciuto all’Archivio Storico della famiglia, a Coi, dobbiamo ipotizzare si sia trattato di affermazioni fatte dallo stesso avvocato in malafede.

[3] Non fosse stato preso allora questo appunto, oggi non avremmo più idea di simile scadenza!

[4] Anche questo dato di fatto, se non registrato allora, sarebbe andato smarrito, perché in questi ultimi decenni la vita del paese è profondamente mutata e il peso sociale dei due casati è assai diminuito.