Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«L’Amico del Popolo», 1° febbraio 1980, p. 3, con il titolo I Casati zoldani di Coi e la situazione sociale d’oggi, il sopratitolo redazionale: «Hanno oggi un senso?» e il sottotitolo, pure redazionale: «Un tempo offrivano appartenenza, solidarietà, socievolezza, cultura, nozioni tecniche, ma con facile pericolo di chiusura. La natura come propulsore della vita umana. L’esigenza antica è coperta oggi da altre forme di partecipazione». Ripubblicato come pro manuscripto, Centro culturale «Amicizia e Libertà», novembre 2001, con questa nota: «Sulla capacità delle nuove forme aggregative di

assolvere le funzioni dei casati, nutriamo le più vive riserve».

 

Riflessione sui casati di Coi e di Zoldo

 

Che posto hanno i casati nell’attuale situazione sociale? La domanda per alcuni può sembrare anacronistica, superata perché i casati hanno perso di significato, e parlarne sarebbe come far camminare la storia a ritroso, nell’impossibile ritorno alla sorgente.

La verità è più semplice: ancor oggi si parla di casati, o con distacco, o con affetto. L’ho notato durante alcuni giorni di vacanza a Coi di Zoldo. La domanda è dunque legittima e, dal suo orizzonte particolare («Che significato ha per gli abitanti di Coi, per lo più emigranti, parlare di casati?») può essere condotta su un piano più ampio.

Non pretendo di rispondere a questa domanda, limitandomi a descrivere, un po’, la situazione nel paesino zoldano, facendo alcune riflessioni in proposito e lasciando ad altri, lettori e studiosi, il compito di un confronto e di un approfondimento.

 

I nomi

 

I casati di Coi sono quelli dei Rizzardini Sélva, Paléta, Ogióin, Grabìei, Duanùz, Lugàin, Bépi, Mariét e Sofrìn; quelli dei Pellegrini: Vésco e Beretìn; quello dei Piva: Chìndes.

Nel paese ci sono poi altri gruppi familiari, che non vengono considerati casati veri e propri, pur essendo paralleli a questi (ad es. alcune famiglie di Col), o perché sono visti come loro sottodivisioni (ad es. i Rizzardini Cani e i Rizzardini Stórni o Bióti). Alcuni casati, poi, si sono estinti (ad es. i Rizzardini Bistóin, i Rizz. Orbi e i Rizz. Sacranóin). Di altri non è rimasto un gruppo fisso nel paese: le circa 45 persone che, nel 1980, risiedono stabilmente a Coi, rappresentano otto dei dodici casati: i Bépi, i Beretìn, i Chìndes, i Duanùz, i Grabìei, i Lugàin, i Ogióin e i Paléta.

 

Agonia

 

La presenza di nuove famiglie rallegra la vita del villaggio, ma è limitata nella maggior parte dei casi al periodo invernale ed estivo. Appare chiaramente che il paese va via via impoverendosi nel suo elemento originario.

La realtà geografica, che stava alla base del sistema dei casati, non è più sufficiente per riunire attorno a sé i paesani. Fors’anche perché in questa realtà – che in quel sistema veniva giudicata quasi esclusivamente sotto il profilo dell’interesse economico primario – non sono state scorte altre potenzialità economiche, in grado d’assicurare una vita socialmente decorosa e tale da diventare stimolo ad una rifondazione della «coscienza di paese», come unità culturale centrata attorno comuni interessi e valori.

 

Funzioni

 

I casati di Coi ricoprivano varie funzioni: offrivano un gruppo d’appartenenza più grande di quello della famiglia, in cui si sviluppava il senso di solidarietà e la socializzazione; erano il mezzo immediato di identificazione (non si diceva, ad esempio: «Il tale è N.N.», ma: «Il tale è N. del casato N.»); erano il luogo di formazione e trasmissione della cultura, quale metro di giudizio della realtà e come insieme di nozioni, scientifiche e tecniche.

I casati rappresentavano, a volte, una limitazione: quando i giudizi (o i pregiudizi) personali venivano riversati sull’intero gruppo; quando gli interessi di un casato portavano alla negazione di solidarietà verso altri casati; quando la cultura rimaneva gelosamente custodita e non messa a beneficio comune; quando l’appartenenza a un casato si trasformava in orgogliosa arroganza.

Sostanzialmente, però, la loro funzione è stata positiva. Essi significavano affettivamente, per l’individuo, il «luogo» naturale d’appartenenza storica e morale. Componenti costanti del casato, infatti, presenti – l’una o l’altra o entrambe – alla sua origine sono una abitazione e un avo dalla forte personalità.

 

Appartenenza

 

Non è pensabile un casato che non sia collocato geograficamente, del quale non si possa mostrare l’abitazione, la stalla, spesso la malga per la monticazione, la distesa dei prati e dei campi.

Il ragazzo era educato, fin dai primi anni, a sentire – in modo quasi fisico – l’appartenenza delle cose a lui e la sua «appartenenza» alla casa, alla stalla, ai prati e ai campi. Il prato che stava falciando, non era uno dei tanti, ma quello suo, che il padre aveva circondato di paletti e che il nonno aveva spianato. L’abetaia che, di fianco, ne segnava il confine con la zona di pascolo della Regola, era quella piantata dal suo bisnonno, perché lui ne potesse godere i frutti, rimodernando la casa, nella quale lo stesso bisnonno era abitato.

La natura, per conseguenza, non era concepita come la cornice della vita umana, ma come il suo centro propulsore, che ne stabiliva il contenuto di lavoro e di riposo, i tempi e i ritmi. Il «contadino» non si sentiva il dominatore della terra, ma il suo fratello maggiore, incaricato – come verso gli altri fratelli, di sangue – di proteggerla e di renderla feconda. Egli agiva verso la natura non in base a progetti o intuizioni personali, ma secondo regole che il casato si premurava di trasmettere. La fecondità fisica, della terra e dell’uomo, era sentita quale segno di benevolenza divina, innegabile riconoscimento della onestà e laboriosità umana, del casato anzitutto, e poi del singolo.

Questo legame tra casato, singolo e terra, comportava limitazioni e vantaggi. Qui basti notare che il rapporto tra singolo e natura non era concepito in modo individualistico, ma sempre mediato dalla realtà del casato.

La seconda componente dei casati, almeno di quelli di Coi di Zoldo, è la presenza di un avo la cui personalità diventa modello di comportamento morale per i discendenti. Le doti tipiche, comunque, in generale sono la laboriosità, l’onestà sociale e familiare, la religiosità. Doti morali non viste distintamente, tra loro, ma percepite come realizzazioni e forme di un’unica sensibilità, di una stessa rettitudine di fronte a sé stessi, agli altri (tra cui Dio) e alle cose, che era quella che veniva esaltata nell’avo.

L’antenato, poi, con il suo lavoro aveva arricchito il patrimonio del casato e, poiché il legame con la terra era sentito nella profondità «radicale» sopra indicata, ciò significava il casato stesso. Il lavoro, in altre parole, non era concepito come un dovere, imposto da una forza esteriore, una necessità (della vita), ma la strada naturale, per il casato e il singolo, di svilupparsi. La laboriosità, quindi, come forma eminente di onestà verso gli altri (considerati singolarmente, ma anche raccolti in un gruppo, il proprio o un altro), come atto religioso, di risposta alla generosità di Dio, nell’apprezzamento dei suoi doni e nel rispetto di ogni forma di vita, già  esistente o che, per una collaborazione di generosità, si pone in essere.

Appartenere ad un casato, significava per gli abitanti di Coi, almeno fino all’inizio della prima guerra mondiale, essere parte di una storia e membro di un popolo. L’appartenenza fondava la moralità. Erano diffuse espressioni come: «Sei di questo casato e, dunque, devi comportarti in questa maniera», «Tuo nonno faceva così; tu non puoi fare diversamente». La legge del gruppo raramente ha causato delle frustrazioni, anche se potrebbe sembrare il contrario, perché non era intesa come regolamento pignolo di comportamento, ma come indicazione e proposta di valori, sentiti come possibili, perché già vissuti quantomeno dal capostipite.

Molti comportamenti collettivi attuali dipendono dall’idea illuministica dell’uomo come individuo assoluto, indipendente da una storia e solo funzionalmente sociale. Tale idea, nella sua parte positiva, ha recato un apporto indubbio di liberazione ed è stata stimolo prezioso per ricercare nuove basi di socialità. Ma, nelle sue realizzazioni, ha forse perso di vista che la purezza dell’ideale esiste solo a livello di concezione astratta. Ogni uomo, cioè, è di fatto inserito in una storia, e questo «evento» non è per lui un «caso» insignificante; solo nella conoscenza e nell’accettazione della propria storia, in cui è posto e può trovare, di fatto, il fondamento e i mezzi per crescere, come essere libero.

Al posto degli antichi casati, sono sorte nuove forme di socializzazione, altri gruppi sembrano mediare tra individuo e società. Nel nuovo contesto culturale i casati – di cui ancora si parla – che apporto possono dare? Sono realmente, come affermano alcuni, gruppi ormai definitivamente tramontati?