Centro
culturale «Amicizia e Libertà»
Laboratorio
di Linguistica
In questo laboratorio si intende sviluppare
una riflessione sul significato e sul valore della parola, intesa sia nella
forma verbale, come in ogni altra modalità espressiva.
E’, in qualche modo, il laboratorio-chiave,
perché analizza il momento in cui la dinamica della libertà si può costituire
in dinamica di amicizia; l’io, continuando la presa di coscienza di sé e
dell’altro, va sviluppando un rapporto tra l’io e l’altro.
Nei laboratori di fisica e psicologia umane,
come pure di metafisica umana, l’attenzione è concentrata prevalentemente
sull’io; nei laboratori di ludica e atletica, estetica con musica e danza,
nonché erotica e politica, si concretizza la capacità o meno di espressione su
cui verte l’attenzione di questo, di linguistica.
Il Centro stesso, ossia come tale, dà
primaria importanza alla parola. Vuole essere spazio fisico nel quale ognuno
possa parlare, ritrovare il gusto della parola, nella quale incontrare sé
stesso e gli altri, nella identità e nella diversità. Il Centro, in tal senso,
potrebbe persino essere ridefinito «Laboratorio della Parola».
Ad ogni parola, evidentemente, corrisponde
un ascolto; il Centro è, dunque, nello stesso tempo «Laboratorio dell’Ascolto».
E’ in questo incontro continuo tra parola e
ascolto che sprigionano libertà e amicizia. Un incontro aperto e che fa aprire,
nel quale non si sente il bisogno di concludere e pronunciare la parola «fine».
Parola e ascolto sono, infatti, in posizione reciproca di costante attesa.
Ogni parola autenticamente ascoltata suscita
stupore, risuona «nuova». E il vivere stesso, risuona nelle parole autentiche
come dono, novità continua. Ogni depressione è sintomo d’incapacità di rapporto
positivo tra parola e ascolto.
La parola deve essere in grado di svelare a
sé e agli altri anche questa sua ferita originaria, questa sua incapacità di
farsi automaticamente accogliere. L’amore, il positivo della parola, reca in sé
questa ferita, a volte una storia di ferite.
L’altro è, in qualche modo, «la parola
diversa»; essa, ed ogni io, dovrebbe essere percepita come amabile e invece a
volte è disprezzata, amata solo se rimbombo della propria, segno del proprio
io, del proprio «spazio di potere», del potere della propria parola.
Oh, è difficile che l’altro, e il mondo il
generale, si costituisca come spazio materno, non solo che accetta, ma suscita
la Parola nuova! Che una parola, come una madre, nel più profondo del mio io mi
avvicini a sé, distaccandomi da sé e affidandomi con gioia alla mia libertà…
Che, come una madre, mi fa percepire la mia identità, mettendomi faccia a
faccia con il mio io. Eppure, il «mondo» resta la grande madre; questa è la sua
grande possibilità…
Al principio d’ogni mio parlare, di quello più vero e coinvolgente, esperimento sovente in me il fondersi di un ardente desiderio, di un’umile fiducia e di un’inquietante attesa.
E’ come se le parole, già nel momento di sgorgare in me, volessero spiegare se stesse, volgendosi timide al loro momento iniziale e continuare ad abbeverarsi in quel perenne ascoltare che le sta generando.
E’ come se, già nel momento in cui s’offrono al mio desiderio e il mio desiderio domanda loro di esprimersi, utilizzandole, esse manifestassero, invariabilmente, la loro forza e la loro contingenza, la loro grandezza e la loro miseria.
Ma io le capisco, le accetto per quello che sono, e sorrido grato al servizio che vanno facendo, continuando a provare quella strana sensazione della loro caducità; allora l’inquietudine cede il passo allo stupore…