Approfondimenti

 

Conferenza pronunciata dall’autore il 21 aprile 1998, nella sede dell’associazione

«Venezia Serenissima» (San Marco 1260) di Venezia. Ripresa da «Il Libro Aperto»,

1° agosto 1998, pp. 311-321.

 

Paolo Renier

 

La gloria del 1848 riscatta la resa del 1797

 

Grazie, Presidente, per consentirmi di parlare di un periodo, il 1848-1849, che segnò eventi importanti per l’Europa e per l’Italia, ma in particolare per Venezia.

E’ noto che quanto accade a Venezia acquista sempre un rilievo particolare, ma in effetti in quella occasione il popolo veneziano scrisse una pagina di storia originale, di alto valore civico e patriottico, si può parlare di vero eroismo, che riscattò la triste pagina del 1797. E’ questo che cercherò di mettere in evidenza, non certo narrarvi tutti gli eventi di questo periodo.

Una breve premessa per inquadrare quel periodo.

Sono ben note le vicende che travagliarono Venezia nel primo Ottocento: la caduta della Repubblica, il primo dominio francese, il primo austriaco, il secondo napoleonico, il secondo dominio austriaco; il crollo del commercio, la paurosa decadenza politica ed economica, i 44 mila poveri dichiarati, il blocco del 1813, la carestia, l’esodo di opere d’arte, la chiusura dei conventi e istituti, la coscrizione obbligatoria.

Il regime austriaco avrà avuto qualche merito sul piano della burocrazia, come comunemente si dice, ma era fortemente centralista (tutto dipendeva da Vienna, addirittura dall’imperatore) e gerarchizzato (niente si faceva senza rigorose trafile). Lo stesso Metternich lamentava che la lentezza delle pratiche creava malcontento. Era un regime autoritario, opprimente. L’imperatore aveva detto: «Voglio cittadini obbedienti, non cittadini illuminati».

Il popolo veneziano, sballottato ed immiserito, stanco di gridare: «Viva questo», «Abbasso quello» e, poi, viceversa; stanco di variazioni continue di leggi, di regimi, di monete, era stato sottoposto ad uno stress tremendo. Può sembrare strano che la rivolta sia scoppiata proprio in un periodo (dopo il 1839) di relativa ripresa; perché non bisogna pensare alla prima metà dell’Ottocento in termini completamente negativi. Per certi aspetti, come l’urbanistica, i lavori pubblici, i restauri (di ponti, dighe, della Fenice in un solo anno: una bella lezione per noi!), qualcosa di buono era stato fatto.

Ma la misura era colma, l’avversione per lo straniero era cresciuta sorda ma sempre più forte, aveva superato la soglia della tradizionale bonomia del popolo veneziano e, quando scoppiò, fu tanto violenta quanto a lungo repressa.

 

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Molti sono gli aspetti che potrebbero essere approfonditi, del 1848-1849: l’economico, il sociale, il politico, il militare; e molti gli avvenimenti di quei fatidici diciassette mesi. Questa nostra piazza San Marco, così placida, questi nostri stessi edifici, videro un caleidoscopio di passioni, di tensioni, di colpi di scena, di drammi. Ma, come ho detto, io mi limiterò a sottolineare gli episodi che dimostrano l’eroismo dei Veneziani, i quali scrissero pagine degne di stare alla pari con le più luminose dell’antica Repubblica.

Fu eroismo quello del popolo che, il 18 marzo, innalza il tricolore sui pennoni di San Marco. Può sembrare un fatto minore, ma bisogna, in tutta questa vicenda, tenere presente un fatto fondamentale: Venezia era una delle città più prestigiose dell’Impero asburgico, una piazzaforte militare importantissima, era particolarmente tenuta d’occhio dalle autorità, presidiata da truppe austriache e croate (c’è tutta una letteratura sulla ferocia dei Croati), la polizia era molto vigile e severa, i giudizi politici pesanti e le condanne frequenti. L’innalzare un tricolore in Piazza era un delitto gravissimo e, infatti le truppe croate vi si opposero con le armi.

Eroismo, anche se più spicciolo, quello di chi andava di notte a scrivere sui muri; sono scritte ora feroci, ora argute. Ne riporto una, che non manca di una vena poetica: «Venezia, a chi non piace il tuo bel viso / d’abitar non è degno in Paradiso. / Più bella Venezia diverrà / quando il suo Leone si desterà». Era scritta nella sala d’aspetto delle Ferrovie.

Fu eroismo quello degli Arsenalotti, che si ribellarono ai loro capi proprio nell’arsenale, nel cuore della cittadella militare e, purtroppo, ne rimase ucciso un comandante austriaco.

 

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Fu eroismo quello di Daniele Manin che, entrato inerme nell’arsenale, si presenta al vice ammiraglio e gli chiede di consegnargli le chiavi dell’armeria. Al rifiuto, intima: «Aspetto solo sette minuti». Poteva essere fucilato all’istante; invece ottiene le chiavi, lui, un civile, un avvocato, disarmato.

Si può pensare che Manin sia stato un esaltato, un fuorilegge. Nulla di tutto questo, per cui è il caso di soffermarci a tratteggiarne la figura. Da giovane, aveva avuto poca salute, temeva di diventare cieco, per cui si abituava a scrivere ad occhi chiusi. Intelligenza acuta, però, laureato com’è a 17 anni, a 19 socio dell’Ateneo, autore di numerose pubblicazioni e discorsi, in particolare legale della Società per la costruzione della ferrovia, ove ebbe modo per la prima volta di scontrarsi con i rappresentanti del governo austriaco.

Carattere effervescente, anche la lettura delle sue lettere presenta aspetti contrastanti. Scrive: «Ho preso l’abbonamento al teatro, ma mi annoio, entro ed esco, giro per la città per scrollarmi la tristezza»; l’uomo è destinato ad essere infelice. Con la fidanzata scambia lettere romantiche, in perfetto stile Ottocento, alla «Jacopo Ortis».

Un giovane quindi un po’ triste, un po’ chiuso. Metto in rilievo questo aspetto per sottolineare che non aveva affatto, per sua natura, la stoffa dell’eroe; quindi i prodigi che compì questo autentico veneziano si spiegano solo con il suo grande amore di patria, con la sua forza d’animo e con l’ascendente che esercitava fra quanti gli stavano attorno.

Anche dal punto di vista politico, era un uomo d’ordine, osservante delle leggi, anche quelle austriache. Quello che rimproverava all’Austria era di non aver mantenuto le promesse fatte nel 1815, al momento della costituzione del Regno Lombardo-Veneto. E’ su questa linea legalitaria che agisce – questo è molto importante; si mette a capo di una rivolta perfettamente convinto di essere dalla parte della legge. Per questo viene incarcerato e la lettura dei verbali di interrogatorio ci rivela in essi una pagina non solo di patriottismo, ma di scambio di colpi di fioretto sul piano legale. Manin contrattacca. Manda dal carcere, come avvocato, una petizione al Tribunale, chiedendo con fierezza: «Ho diritto di domandare e domando: “Chi mi fece arrestare? Per quale titolo? Con quale diritto?” Attendo una risposta categorica, le leggi devono essere rispettate da tutti».

E si firma in un modo che deve aver mandato in bestia il Tribunale, che aveva il dovere di rispondergli:«D. M., avvocato, albergato per forza nello stabile presso il Ponte della Paglia». Anche in questa ironica sfida alle onnipotenti autorità austriache, c’è sicurezza di sé, forza d’animo, eroismo.

Ed è molto sintomatico questo episodio, poco noto: quando il popolo assale le carceri, per liberarlo, e le invade, Manin non vuole uscire, se non quando il direttore delle carceri lo assicura che ha avuto dal Tribunale il permesso di scarcerarlo. Anche questo, il rifiutare la liberazione se era il risultato di una violenza, è estrema correttezza, è rispetto delle leggi; per un patriota è una forma di eroismo.

E quando viene a sapere dell’uccisione del comandante Marinovich, esclama: «Non è colpa mia!». Anche questa è dimostrazione del rifiuto della violenza; un bell’esempio, valido anche ai nostri giorni; da un uomo che stava per far ribellare, per liberare, una intera regione.

Si aggiunga un altro episodio: il Manin fu per 17 mesi un capo effettivo di uno Stato: non volle alcuno stipendio (anche questa è una bella lezione per i nostri giorni); solo al momento di partire per l’esilio, il Comune riuscì a fargli accettare qualche soldo per il viaggio. E morì a Parigi, lavorando e vivendo stentatamente.

 

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Ed è eroismo quello del popolo veneziano che ingaggia in piazza San Marco una lotta impari con le truppe austriache, armate di tutto punto.

Ed è eroismo quello del sindaco Correr e dell’avv. Avesani che si recano dal Governatore, quindi nella roccaforte del nemico, e gli chiedono che si dimetta, che ceda il potere. L’Avesani usa argomenti così efficaci, dimostra una tale energia, forza d’animo e di persuasione, che il Governatore cede e rimette il potere nelle mani del comandante militare della piazza, il gen. Zichy. Qui si può pensare che resista, che come minimo li faccia arrestare, che ordini alle truppe di sparare. Invece firma un atto di resa, si impegna sul suo onore di far partire le truppe e di uscire per ultimo dalla città, e cede il potere politico al sindaco.

Pensate: un generale austriaco che si arrende ad un civile, senza combattere; e, infatti, sarà giudicato a Vienna per tradimento e rinchiuso in fortezza per dieci anni. Questo dimostra quanto energico deve essere stato l’atteggiamento del popolo veneziano e dei suoi rappresentanti, smentendo quindi la fama di paciocconi che i Veneziani hanno.

 

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E comincia una fase convulsa, di estrema agitazione, non priva ovviamente di errori, ad esempio quello di vedersi «soffiare» la flotta dall’Austria, per non averla saputa richiamare subito da Pola, o di non aver fatto riserve. Ma quale governo improvvisato non avrebbe fatto errori?

In città l’entusiasmo è alle stelle. I Nicolotti e i Castellani si incontrano alla Salute, si abbracciano in nome della Patria comune, ed annodano le sciarpe rosse dei primi e nere dei secondi.

Dopo i moti del marzo e la liberazione di Venezia, anche le altre città del Veneto insorgono, ed è sintomatico che tutte seguano l’esempio di Venezia e si assoggettino al suo governo.

Ma Radetzky si rifugia nel «quadrilatero» e medita la rivincita. Avviene quando un nuovo, forte esercito austriaco cala dal Nord, sconfigge i Piemontesi a Custoza, riconquista Vicenza (tra i difensori vi è Massimo d’Azeglio) ed i Veneti a Cornuda. Quest’ultimo è un episodio poco noto, ma significativo: da una parte c’è un esercito, quello austriaco, compatto e disciplinato; dall’altra tanto entusiasmo, tanta improvvisazione, tanta gloria, ma scarsità di organizzazione e di mezzi. Il Veneto è perduto.

Passando all’aspetto politico, fu un atto doloroso ma molto saggio l’aver deciso di accettare, nel luglio 1848, l’adesione al Regno del Piemonte. Oggi sembra una cosa naturale; ma bisogna pensare che il nuovo Stato era nato profondamente repubblicano, sulla scia dell’antica Repubblica di San Marco, che il Piemonte e Carlo Alberto non erano molto ben visti, che il concetto di unità d’Italia era ancor acerbo e prevaleva ancora il concetto di indipendenza totale del Veneto, che era molto più congeniale il glorioso gonfalone di San Marco che la bandiera tricolore. Per cui l’adesione al Piemonte fu un grosso sacrificio sull’altare dell’unità d’Italia e della necessità di far fronte al nemico comune, l’Austria. Esclamò Manin all’Assemblea, soffocando i suoi sentimenti repubblicani: «Stringiamoci tutti, uniti e concordi, mirando ora unicamente alla cacciata dell’Austriaco».

Anche questa rinuncia alle proprie idee politiche, per una finalità più alta, è un gesto di patriottismo.

Ma anche questo bel sogno dura poco. Dopo appena un mese, la ritirata dei Piemontesi, la perdita di Milano, l’armistizio Salasco, i dubbi sulle vere intenzioni di Carlo Alberto, il timore che abbia abbandonato il Veneto all’Austria per accontentarsi della Lombardia, i tentennamenti di Francia e Inghilterra, riportano tutto in discussione. I Veneziani sono ancora frastornati da mille ipotesi e illusioni, i dibattiti divengono spasmodici. La situazione è così descritta da un cronista: «Non si può immaginare la estrema confusione in cui si era giunti, da far girare il cervello anche ai più savi».

Dall’esterno, solo consolazioni verbali. In un documento, firmato clandestinamente da 13 mila Lombardi, si leggono queste parole alate: «Venezia, la tua fermezza, il tuo coraggio, il tuo valore oscurano la fama della Roma antica! Tu dimostri che il sangue degli eroi non degenera mai! Viva Venezia, palladio dell’itala libertà!». Belle parole, ma nessun aiuto.

 

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Tornando all’aspetto militare, fu veramente un’azione eroica quella dei Mestrini che, volendo emulare Venezia, assalirono con badili e fucili da caccia il munitissimo forte di Marghera e, colto di sorpresa il presidio (e possiamo ben comprenderlo!), si impossessarono del forte.

Fu eroismo quella sortita di Mestre del 27 ottobre, quando, avendo il nemico occupato tutta la Terraferma, si cercò disperatamente di rompere l’assedio. Alle prime luci dell’alba una colonna uscì dal forte di Marghera e riuscì, combattendo, a raggiungere la Piazza Barche; una seconda colonna, al centro, punta sulla stazione di Mestre; una terza, su barche, raggiunge Fusina e punta sulla Malcontenta. Gli scontri sono violentissimi; mille Austriaci presidiano il centro di Mestre con cannoni. Ulloa porta all’assalto tre volte i suoi, finché espugnano il Ponte della Campana, oggi interrato. Cade ferito il poeta guerriero Alessandro Poerio, che morirà qualche giorno dopo; sul posto gli è intitolata una strada. Una stampa riproduce, appuntala battaglia accanita all’ingresso dell’attuale Piazza Ferretto. Ricordiamo che la attuale Piazza Barche si chiama, in effetti, Piazza 27 Ottobre.

La battaglia di Marghera e di Mestre è uno degli episodi più fulgidi del Risorgimento, ed è gloria veneziana. In Piazza Barche una lapide ricorda: «FRA LE PATRIE ROVINE – VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTA’ D’ITALIA / SFIDANDO PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA / TRIONFA».

Naturalmente è una pagina poco conosciuta a livello italiano e storico. Il Barbagallo, nella sua storia di migliaia di pagine, liquida in una riga la vicenda veneziana, «ultima in questa disperata vana resistenza, il 27 agosto capitola la Repubblica veneziana».

E’ per Venezia e per il Manin un periodo di estrema tensione: dibattiti nell’Assemblea, tumulti fra fazioni opposte in città, disperati tentativi diplomatici per avere appoggi dall’esterno ed aiuti concreti, nomina di nuovi capi militari, rovina finanziaria, necessità di prestiti continui, stampa di carta moneta avente naturalmente pochissimo valore, appelli al patriottismo.

 

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Infine, questa crisi interna culmina in una decisione che può apparire folle, e lo è effettivamente, se si considera il quadro generale italiano ed europeo, ma appunto per questo tocca i vertici dell’eroismo: la resistenza ad oltranza, contro ogni logica.

Difficilmente si può comprendere, a distanza di tempo, la somma dei patimenti sofferti dai Veneziani, specialmente negli ultimi, tragici cinque mesi.

Comincia l’epopea del forte di Marghera, l’unico caposaldo rimasto in Terraferma. I rifornimenti lungo il ponte sono difficilissimi, un pugno di eroi lo difende. Tutta la potenza dell’esercito austriaco si concentra (60 mila uomini), una corona di cannoni lo bombarda incessantemente, ad una media di mille proiettili al giorno. Il maresciallo Radetzky da una torre alle Barche osserva con il cannocchiale, invita l’arciduca austriaco il primo giorno ad assistere alla certa vittoria, ma rimangono delusi.

Allora ricorre alla blandizie. Lancia un messaggio «non come guerriero, ma come padre, vi chiedo di arrendervi, prometto un generale condono». Vana speranza. Solo quando il forte è ridotto ad una massa di rovine, i difensori falcidiati si ritirano verso Venezia: l’onore è salvo.

Scrive Rossarol: «Sono giunto in mezzo ad una pioggia di palle. Per mia fortuna sono passato illeso – ho trovato Ulloa ferito, e Toltoti ha perduto una gamba – mancano le munizioni – ci fanno da cielo le bombe nemiche – la bandiera è lacera ma sventola orgogliosa – è forata, sporca di fumo – innalzata su di un’asta spezzata – il fuoco continua ma noi adempiamo il nostro dovere».

Ora comincia l’ultima fase della resistenza, la fase più dura, più gloriosa, più tragica. Ormai tutto l’esercito austriaco, libero da altri nemici, si scatena contro Venezia. La resa sembra inevitabile; Radetzky ne ha fissata la data: il 17 maggio 1849; ma è solo un problema militare, non politico.

Venezia è ormai l’ultimo baluardo della libertà dei popoli, così tumultuosamente proclamata, con tanto entusiasmo conquistata, e poi perduta. Hanno ceduto i Francesi, gli Ungheresi, i Napoletani, i Toscani; Carlo Alberto ha abdicato, sconfitto;  come si permette la piccola Venezia di resister allo strapotere asburgico? Tutta l’Europa se ne stupisce («E’ pura follia», si dice), ma l’eroismo spesso è figlio della follia e, dopo cinquanta anni di grigiore e sottomissione, il popolo veneziano ha quello scatto di orgoglio, che lo riabilita dopo la debolezza del 1797, dimostrando di non essere solo quello delle serenate e del carnevale.

Nella storia del Risorgimento, brillano le cinque giornate di Milano; ma più sofferenza comportarono i cinque ultimi mesi di Venezia. Del resto, i Veneziani combatterono fino allo stremo, mentre a Milano gli Austriaci entrarono con relativa facilità, e Carlo Alberto se ne andò senza neanche tentare una resistenza.

 

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Il quadro è tragico. Gli Austriaci bloccano tutta la Terraferma, ed i rifornimenti da terra e dal mare. A Venezia resta solo la Laguna, da Preporti a Brontolo, il cui forte è assalito da 8 mila nemici. Numerose sono le scritte, le scaramucce, i successi parziali, ma la morsa si stringe sempre più. Mancano i viveri, le munizioni, l’acqua, i medicinali. Non è più una guerra fra militari, tutto un popolo ne viene coinvolto. Manca il pane (lo si fa con un quinto di farina), la carne, il pesce; strano particolare: abbonda la cioccolata, evidentemente trovata in un deposito del porto. Ed un’altra disgrazia si abbatte sopra la città disgraziata: scoppia il colera, le vittime si accumulano, 3.800 i morti. Non si creda che il nemico stesse molto meglio: numerosissime furono anche tra loro le vittime del colera e della malaria, data la permanenza in zone acquitrinose.

Anche sul piano politico interno la situazione diviene estremamente difficile, e la tensione psichica dei governanti diviene intollerabile, se non li sostenesse un fortissimo carattere; ed anche questo torna ad onore dei Veneziani. Il popolo, all’evidenza, è scontento, sopporta stoicamente, ma scoppiano tumulti di vario genere, di origine – si direbbe – psicofisica, cioè in parte dovuti alla fame; in parte, al contrario, per criticare il governo che non fa il possibile e alcuni farneticano di uscire in battaglia, di uscire in mare per sconfiggere la flotta austriaca, di punire fantomatici traditori, come se fosse colpa dei governanti se Venezia aveva addosso tutta la flotta e l’esercito austriaci.

Tutti parlano, gridano, protestano, propongono; si pensi che in quel periodo fiorirono ben 72 giornaletti! Ne conseguono, a livello di governo, nomine, destituzioni, accuse, creazione di commissioni, sospetti, polemiche; si passa dalla Repubblica al Regno di Piemonte, poi ancora Repubblica, ai Triunviri, a Manin con pieni poteri, oscillando fra regime assembleare e dittatoriale.

Interessante anche, perché certi temi sembrano di tutti i tempi, il comportamento della Chiesa. Il Patriarca Monico nel 1835 aveva detto che l’imperatore era padre dei popoli, ornamento del secolo, in linea con il principio di legittimità dell’autorità dello Stato. A rivoluzione avvenuta, cerca di adattarsi, parla di mano invisibile della Provvidenza, collabora blandamente, arriva a benedire la bandiera repubblicana; salvo poi, nel 1850, dire che è impossibile conciliare cattolicesimo con liberalismo, di lotta fra la luce e le tenebre.

Sintomatiche le lettere che si scambiarono il Tommaseo ed il Patriarca. e’ l’eterno conflitto, in termini del tutto correnti, fra la concezione laica e quella clericale della gestione dello Stato. Ad esempio, per discutere se il provveditore agli studi dovesse essere necessariamente cattolico o se poteva essere un protestante.

E’ perciò da rilevare che, pur opponendo un fronte unico al nemico, all’interno di questo microcosmo che fu Venezia isolata dal mondo, ci fu un ribollimento interno di idee e di partiti: i repubblicani, i monarchici, i clericali, i fanatici e, naturalmente, i pescatori nel torbido. Una pagina che sarebbe interessante esaminare anche sotto l’aspetto politico del Risorgimento, ricco di spunti sociali oltreché patriottici.

 

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Ritornando alle vicende belliche: il periodo tra il marzo e l’agosto 1849 è il più tragico e, insieme, glorioso.

Alla fame ed al colera abbiamo accennato; li ricordano i famosi verso del Fucinato: «Il morbo infuria, il pan ci manca»; a questi si aggiunse un’altra calamità: i bombardamenti.

Raggiunto il bordo della Laguna, dopo la presa di Marghera, gli Austriaci, con i cannoni ad alzo 45 gradi, riescono a colpire fino a 5.300 metri, a colpire quindi la parte occidentale della città, fino circa a San Marco, come documenta una cartina esposta al Museo del Risorgimento.

Gran parte della popolazione è costretta ad emigrare verso Castello e il Lido; è un esodo di alta drammaticità, sia per chi si sposta, sia per chi deve ospitarli, ma tutto si svolge con compostezza ed ordine. Riporta una cronaca: «Girai per il Cannaregio sotto una grandine di palle, tegole e pietre. Rimasi edificato nel trovare gli abitanti sloggiare le proprie case gridando: Viva l’Italia, in malora i Tedeschi!».

Caddero 23 mila proiettili, con una densità quindi molto alta. Si pensi, ad esempio, che su un mulino a vapore installato nella chiesa di San Girolamo (il residuo del camino è visibile anche oggi sul tetto), caddero ben 22 proiettili.

Un campionario delle palle è visibile nel campiello della Fenice, inaugurato dopo la liberazione. Da riportare che il suo ideatore, tale Casalini, che aveva partecipato alla resistenza, al momento della inaugurazione cadde fulminato per l’emozione.

Un particolare curioso: gli Austriaci tentarono di bombardare Venezia anche dal cielo, allestendo dei palloni che portavano una bomba a tempo, e lasciandoli partire con il vento da Preporti; ma tutti fallirono il bersaglio, ed i Veneziani si divertivano a vederli svolazzare. Quindi Venezia fu la prima città al mondo ad essere bombardata dal cielo.

E’ da sottolineare la partecipazione dei giovanissimi alla lotta. E’ un fanciullo a sventolare per primo un tricolore in piazza San Marco; un ragazzo, Ferdinando Vinello, il primo caduto in Piazza, il 13 marzo; un altro negli scontri con i Croati del 23 marzo. I ragazzi si gettavano nei combattimenti come fosse uno scherzo. Per tutti riporto il tragico episodio di Agostino Stefani, un ragazzo che si era offerto di portare, a nuoto, lungo il ponte, una mina, fino alle linee austriache, e venne sfortunatamente ucciso dai Veneziani di guardia, che non erano stati avvisati dell’impresa. E Antonio Zanetti, che per più giorni porta munizioni lungo il ponte, finchè viene colpito a morte. E Giuseppe Ferrari, di quindici anni, che viene fucilato per aver ferito un ufficiale austriaco. E il tamburino Giovanni Specielis, che per tutta la sortita di Mestre suona ininterrottamente la carica, in mezzo alla battaglia, finché cade a terra esaurito o ferito.

E accanto alle sventure dei Veneziani, bisogna narrare anche quelle dei Mestrini e della Terraferma. Pensate: un piccolo centro invaso da decine di migliaia di soldati austriaci e croati, quindi oppresso e saccheggiato. E il bordo lagunare doveva essere evacuato per una fascia di tre chilometri; e guai a chi portava viveri o commerciava con Venezia; qualcuno fu fucilato per questo. Attenti, poi, alle spie, che facevano finta di essere patrioti, per individuare i veri patrioti.

La cronaca particolareggiata di Mestre in questo periodo è scritta in un diario da mons. Giovanni Renier, che era arciprete in quel tempo. Dovette barcamenarsi fra patrioti e Austriaci, si recava spesso dalle autorità austriache per limitare al massimo i danni e le fucilazioni, e ci riuscì; ma per questo fu anche tacciato di austriacante, mentre lo faceva solo per salvare i suoi parrocchiani.

Vi rendete conto, quindi, che accanto allo stress fisico e alimentare, vi fu anche un enorme stress psicologico; i Mestrini erano combattuti fra sentimenti patriottici e italiani e la paura di incorrere in gravissimi guai per sé e le famiglie.

 

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E’ una grande pagina di eroismo quella scritta dai Veneziani nel 1848-1849, che possiamo sintetizzare nella frase lapidaria votata dall’Assemblea del 2 aprile, quando già era chiaro che tutto era perduto: «In nome di Dio e del popolo, Venezia resisterà ad ogni costo». E la resa venne quando l’ultima briciola di pane era stata consumata; e non si potevano condannare alla morte per fame 200 mila persone!

Con il ’48 l’Italia riscattava secoli bui, quando gli Italiani erano considerati un popolo dedito all’arte, al godimento, abituato al dominio dello straniero. E Venezia riscattava la tristezza del 1797, con una epopea romantica, improvvisata e, pertanto, anche poco organizzata.

A Venezia si aggiunga un aspetto tipico della nostra città: tutto si svolse nelle strade, in Piazza, quasi in famiglia, con un carattere quasi di festa o di lutto casalingo. Manin era considerato un padre; andava al caffè ed il popolo entrava ordinatamente da una parte ed usciva dall’altra, solo per poterlo vedere e salutare. Emersero in alto grado le virtù del popolo veneziano: la pazienza, la docilità, lo spirito di sacrificio, l’amore per la libertà, anche l’arguzia. Si riporta questo detto: «Prima de magnar ste piere [= i monumenti veneziani] / i Tedeschi ga da béver sto goto [= la laguna] ».

Per rendere l’idea del trauma psicologico al quale andarono soggetti i Veneziani, riporto, prima, una frase di un proclama dei primi giorni di indipendenza, che rispecchia l’euforia e l’ingenuità di quei momenti: «Il nostro dogma politico è la fraternità. Rispettiamo i vinti. Chiunque insulterà cittadino o straniero sarà dalla Guardia Civica (udite!) condotto al Parroco più vicino, che l’ammonirà della colpa commessa».

E, poi, riporto alcune frasi drammatiche tratte da diari degli ultimi giorni. Il Guerazzi scrive: «Venezia vive della vita di chi domani morrà, e tutti stanno a vederla dibattersi nell’agonia, come uno schiavo gettato alle fiere». Da un diario anonimo: «I combattenti sembravano cadaveri ambulanti , e pure si esponevano imperturbabili alle cannonate». Da un diario di un Morosini: «Ho visto coi miei occhi persone cadere morte per strada per fame o colera».

Notizie di grande interesse troviamo nei «Diari» di Emanuele Cicogna, il grande studioso veneziano, che tenne una cronaca, quasi giorno per giorno, degli avvenimenti da lui vissuti. Traggo qualche frase dal manoscritto che è al Correr:

16 agosto 1849: Festa di San Rocco. Malgrado le palle, Manin e gli altri del governo andarono ad ascoltare la Messa a San Rocco;

Ieri fu rapito dal colera un fanciulletto di sei anni, figlio di miei amici direttissimi;

Intanto che scrivo, si bombeggia (si diceva, in luogo di bombardare) e palleggia allegramente;

Tra il 14 e il 15 agosto sono morte di colera 300 persone;

Atroce quello che successe a San Cancan: una palla colpì uan stanza ove dormiva una fanciulla di otto anni; accorrono i genitori e, mio Dio, la trovano senza capo; la palla glielo aveva raso di netto;

La contessa Lucietta Morosini fugge dai suoi palazzi a San Samuele, che sono tempestati dalle palle, e si rifugia alla Giudecca;

Una palla cadde nella casa vicina alla mia, gettando tutte le pietre e la calce nella mia, sopra un comò di abiti e, seppure vi fossero chicchere e altre cose fragili, pure non si ruppe che un manico di dette chicchere. La palla rotolò sul terrazzo;

Il Patriarca chiede al Governo che si provveda farina per fare le Ostie, perché i bottegai non ne hanno più.

 

Dopo Novara, quando le speranze sono ormai nulle, Manin si presenta disfatto al popolo e grida: «Voi potrete dire: “Quest’uomo si è ingannato”, ma giammai potrete dire: “Quest’uomo ci ha ingannato”!». E cade, svenuto per l’emozione. Tutti attorno piangono. Il bel sogno di indipendenza è svanito. Siamo proprio alla tragedia; ma Venezia è sempre grande, anche nella tragedia. La resa è per fame, non per sconfitta o per rinuncia, una cosa più che onorevole.

 

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Qualcuno, anche in questi giorni, sostiene che l’impresa del 1848 è stata un disastro per Venezia, uno sbaglio, una iattura. Dal punto di vista economico e delle sofferenze, certamente sì; incredibili, a distanza di tempo, le sofferenze patite dai Veneziani; ma la gloria e il prestigio sono stati grandi. Si possono paragonare due cose così diverse? Certamente no.

Comunque, il disastro ha colpito i nostri antenati, la gloria si prolunga fino a noi. Abbiamo pertanto il dovere di ricordare questi fatti. Lo facciamo? Non mi sembra. Il 22 marzo sono andato alla toma di Manin: nessuno aveva deposto un fiore. Forse, ho pensato, sono sul monumento in Campo Manin: niente, nessun ricordo ufficiale, le nostre autorità hanno altro da pensare. Solo «Venezia Serenissima» ha ricordato la data in questa sala, con gli Alpini; non ho potuto partecipare, perché ero impegnato nella marcia «Su e so per i ponti».

Da segnalare che nel 1898, a 50 anni, il Comune stampò questo libretto commemorativo, che venne distribuito a tutti gli scolari di Venezia. Nel 1948, va bene che era il centenario, ma il sindaco Gianquinto partecipò ad una serie di celebrazioni, con tutte le autorità, con fiori nella casa a Sant’Agostin, ove nacque il Manin, Messa, bandiere, altre manifestazioni sulle quali c’è una vasta cronaca su «Il Gazzettino».

Ho ritenuto giusto che «Venezia Serenissima» rievocasse, mio tramite, queste vicende, per dimostrare: 1) Che la storia gloriosa di Venezia non si limita ai tempi della Repubblica di San Marco; 2) Che Venezia ha una sua intrinseca vitalità; alle volte può sembrare assopita, ma si manifesta nei momenti critici, anche in forma eroica; 3) Che Venezia ha una grande prerogativa rispetto ad altre città: tutto quello che avviene a Venezia è importante, è emblematico, è d’esempio. Anche il ’48 veneziano ha elementi di gloria e di tragedia del tutto particolari. E sono questi fattori che mi danno speranza anche nei momenti attuali.

Chiudo con una frase che venne scritta proprio nel 1848: «Venezia brillerà sempre, fin quando i fiumi non cesseranno di scorrere».