Approfondimenti

 

Articolo tratto da: «Il Guado», n. 23, marzo 1988, pp. 6-15. Si tratta di una relazione che l’autore, medico sessuologo, ha tenuto alla «Claudiana» di Torino il 9 gennaio 1988. Ripreso ne «Il Libro Aperto, pro manuscripto a c. di Don Floriano Pellegrini, 15 giugno 1998, pp. 301-309.

 

Roberto Moretta

 

Il corpo riconciliato

 

Parlare del corpo, parrebbe parlare di ciò che è più che mai evidente: con cosa mi relaziono con l’altro se non con il corpo? Tocco la sua mano, la vedo muoversi, vibrare ad una mia carezza.

Eppure, non è così semplice. Il mio corpo è qui seduto, la mia mano tiene una penna e scrive, ma una parte di me non è qui, continua con i suoi pensieri; una parte del mio corpo, anche se non percepibile dall’esterno, esprime la mia angoscia, il suo dolore per i problemi che vive in questo periodo.

Così voi, che leggete, iniziando forse in modo distratto queste mie righe, sarete due noi: uno che legge ed uno che continua con la vita ed i pensieri che avete appena lasciato, ma che continuano dentro di voi. Quante volte poi il nostro corpo è una marionetta nelle nostre mani, fantoccio che muoviamo secondo le convenzioni sociali e le aspettative degli altri, profondamente scisso da un corpo che si muoverebbe ed esprimerebbe in modi certamente diversi.

Dunque, un corpo riconciliato o da riconciliare, ma con chi o con che cosa? Riconciliato soprattutto con se stesso e poi con gli altri; ma è realmente possibile ciò? E’ un’utopia, una meta da raggiungere o a cui solo tendiamo idealmente? Oppure è una pura illusione, perché nel binomio mente-corpo o l’uno o l’altro viene negato o considerato limite dell’altro?

Per recuperare un nuovo concetto di corpo è necessario conoscere il vecchio e per fare questo dobbiamo ripercorrere nel tempo l’evoluzione che tale concetto ha avuto, dando uno sguardo, forse un po’ scolastico, alla storia della filosofia occidentale.

Con facilità si nota che non si trovano degli sviluppi specifici, relativi alla corporeità in senso stretto; si può comunque elaborare qualche concetto, estrapolandolo dall’insieme della dottrina filosofica che si vuole considerare.

I filosofi presocratici vedono il mondo come un immenso corpo che corrisponde al concetto di Natura, di Fysis. La Natura, forza propulsiva, incorpora ogni organismo ed anche noi stessi. Quindi noi ed il nostro corpo siamo Natura.

Successivamente, per Platone, il mondo fa parte di un insieme di apparenze, di per sé non completamente libere da una certa forma di inganno per colui che le contempla. La verità esterna e non soggetta alle mutazioni tipiche delle apparenze e delle esteriorità, si ritrova solo in nozioni ideali che non possiamo raggiungere o realizzare completamente. In base a ciò è concepibile che il corpo sia fondamentalmente il trionfo dell’apparenza e che tutt’al più si possa immaginare un corpo ideale, inserito allora in un mondo che trascende la realtà.

Questo corpo ideale non sarebbe suscettibile di morte: in fondo tale concetto non sarebbe che un’ispirazione riscontrabile anche in campo religioso. Nello stesso cristianesimo, per esempio, vi è una differenza tra il corpo incorrotto del paradiso terrestre, non contaminato dal peccato, oppure il corpo risorto, premio per i credenti ed i buoni, dove si riapproprieranno di questo corpo trasfigurato e luminoso, ed invece il corpo reale, portatore di errore e di morte.

Ritroveremo questi concetti diversamente elaborati in vari pensieri filosofici sino ai giorni nostri.

Per la corretta empiristica, il corpo fa parte delle apparenze traditrici ed incerte della realtà, ma tuttavia costituisce l’impatto indispensabile con il reale e pertanto rappresenta, paradossalmente, di questa realtà una specie di certezza matematica.

Cartesio, dal canto suo, preferisce distinguere, separare questo corpo definito in quanto «res estensa», superficie e forma visibile, dal pensiero, dalla psiche, che non si vede e non si tocca, ma è egualmente dotata di realtà, della realtà pensante. In pratica, due sostanze che coesistono e s’influenzano, pur non avendo niente in comune. Il corpo non potrà mai essere pensiero ed il pensiero non potrà mai essere materia.

Lo stesso punto di vista anima Spinoza.

Per Kant il corpo, inteso come una possibile entità globale, non è concepibile. Il corpo non può essere inserito nelle categorie del tempo e dello spazio e, di conseguenza, non sarà percepito ed individuato che in maniera relativa ed incompleta. Il corpo in sé, nella sua essenza, non è percepibile, perché non può trattarsi che di un corpo in un dato momento ed in un dato contesto spaziale.

Al contrario, la filosofia idealista e soprattutto Hegel reinserisce il corpo nella totalità di un insieme vasto e dialettico dove il corpo in quanto tale, come materia e come oggetto, non è che un momento dialettico dello sviluppo dello spirito. E’ questo stesso spirito che ad un dato momento, pur servendosi del corpo come oppositore dialettico, lo sorpassa e lo elimina.

Successivamente Schopenhauer immagina il corpo come portavoce di quel desiderio di vita, di piacere, che costituisce un nuovo inganno per l’essere umano: nasce da qui la necessità di liberarsi di queste esigenze, essenzialmente corporee e funzionali, per poter essere, con la presa di coscienza di dette spinte vitali e irrazionali, liberi e capaci di autodeterminazione.

Nel contesto della filosofia contemporanea è possibile vedere ed immaginare il corpo nel momento esistenzialista e fenomenologico, come un ente dotato di una storia che lo rende unico, ma al tempo stesso incomprensibile, a causa di questa singolarità individuale accentuata, mentre per i filosofi strutturalisti, questo corpo non è che un insieme di strutture ripetitive, che prescindono dalla storia personale.

Lo stesso Freud potrebbe, a questo riguardo, essere inserito in una visione strutturalista, poiché la storia del bambino, del suo corpo, delle sue pulsioni, non è una storia vera e strettamente individuale, ma è solo la ripetizione di una struttura conflittuale inevitabile. Tipica, a questo riguardo, è la struttura del complesso detto di Edipo, dove il corpo è condannato ad essere portatore di desideri incestuosi.

Il materialismo vede, invece, nella materia e quindi nel corpo la sola realtà, la sola entità su cui possiamo contare, a differenza dello spiritualismo, che non può non vedere nel corpo che un’entità da sottomettere, da controllare, un’entità da migliorare e da trascendere, attraverso le esigenze dello spirito. Parallelamente, possiamo riferirci a delle tendenze filosofiche come quella positivista, che ritiene di scoprire nel corpo certe leggi di tipo matematico della vita (in questa linea è tutta la medicina tradizionale occidentale), o, al contrario, al personalismo, che si lascia sedurre da fattori più misteriosi ed individuali, atti a trasformare il corpo ed a renderlo ricco di sorprese. Così si giunge fino al vitalismo, che vede nel corpo e nel suo sviluppo la concretizzazione dell’energia vitale.

Uscendo dall’ambiente filosofico per entrare in quello culturale, si possono ricordare le nozioni di corpo collegabili all’ellenismo, nelle quali predominano i concetti di forma, di bello, di armonia, e dove pertanto il corpo diventa il centro dell’universo o qualche cosa che non dipende solo dalla bontà dell’uomo e dei suoi valori spirituali, ma costituisce un valore in sé, una ricchezza vitale che forse determina i valori spirituali, piuttosto che il contrario. A Roma, come già a Sparta, il corpo diviene soprattutto presenza, elemento partecipatore della comunità, mezzo di dominio, spazio vitale e forza.

Col cristianesimo il corpo è sia portatore dello spirito e dei valori divini, sia il terreno della tentazione e della perdizione: il corpo per il cristianesimo diventa perciò un vero e proprio campo di battaglia, dove si affrontano il bene e il male.

Nell’occidente anglosassone, ma anche latino, nel mondo che è proprio della nostra civiltà, il corpo diventa centro di funzionalità e di efficienza ed anche elemento di identità sociale. Il corpo diventa quindi civilizzato, catalogato, controllato e di esso si è interamente responsabili, anche giuridicamente.

Il corpo, dunque, può essere un concetto ed una nozione, così, accanto alle considerazioni strettamente filosofiche che possono essere fatte su di esso, il corpo entra nel regno dei simboli e dei miti.

Il corpo può essere, dunque, fondamentalmente buono, fonte di energia e di vitalità; oppure può essere considerato cattivo, come un cavallo infuriato che bisogna tenere ad ogni costo alla briglia per essere domato.

D’altra parte il corpo, rispetto a quello che può simboleggiare, è già divisibile in tante parti, più o meno buone, più o meno cattive. Vi è una destra, stimata in genere migliore della parte sinistra, benché per l’incrocio dei fasci nervosi piramidali, sia in pratica il cervello sinistro che comanda al corpo destro: si arriva al paradosso che una parte presunta buona sia sottomessa e diretta da una parte presunta più cattiva.

Secondo gli studi più recenti, il cervello sinistro è una parte del corpo portatrice di tendenze razionalizzanti e di tipo matematico, mentre l’emisfero destro è a struttura, diciamo, più artistica ed irrazionale.

Vi è inoltre tutta la simbologia, che può essere collegata alle parti del corpo situate più in alto rispetto a quelle situate più in basso. Tutto ciò che è situato più in alto, viene di solito giudicato più valido, più umano, forse come ricordo della posizione eretta che anticamente era quella dell’animale-uomo; situare in alto il meglio di sé, può dare l’impressione di partecipare più compiutamente alla posizione eretta, tipicamente umana, e della quale l’uomo è così fiero.

Oltre a queste prospettive della destra e della sinistra, dell’alto e del basso, e del davanti e del dietro, molti organi e strutture funzionali sono senz’altro considerati più validi e più utili, mentre altri appaiono come secondari e pertanto inferiori.

Vi è poi tutto l’aspetto simbolico che può essere collegato alla nozione del corpo nello, del corpo armonioso, che esprimerebbe, appunto attraverso quest’armonia, l’equilibrio delle forme, il senso del buono, del retto, del riuscito: il corpo, insomma, che è gradito agli dei.

E’ pertanto da quest’ultimo concetto che il corpo viene recuperato nella spirale del consumismo: l’igiene, il trucco, gli abiti, lo sport, la moda. Aumentano gli istituti di estetica, le palestre, con attività sportive più o meno costose.

Anche la riscoperta del corpo attraverso nuove pratiche, come i massaggi, il rilassamento, la psicomotricità, la bio-energetica, ecc., rischia di diventare un nuovo campo di sfruttamento.

Il corpo, quindi, non è soltanto una merce, ma un capitale da far fruttare, attraverso il lavoro e la programmazione delle vacanze. Il corpo è l’indice di appartenenza alle classi, come la casa e l’automobile, e questa separazione persiste anche dopo la morte, nella «gestione del corpo» nei funerali.

Se in passato il corpo era al servizio dell’altro – il corpo dell’uomo serviva all’esercito o all’industria, quello della donna a fare dei bambini o al piacere dell’uomo – questa dimensione oggettuale del corpo oggigiorno è sostituita da un nuovo mito, nel quale il corpo è visto in una prospettiva egocentrica.

E’ un corpo per sé, la cui dimensione pulsionale è valorizzata, sorgente di energia e di desiderio, mentre il corpo per l’altro perde la sua importanza. In passato il corpo, come la sessualità, faceva parte del dominio privato. Si parlava poco del corpo, non lo si mostrava mai in pubblico, salvo in situazioni istituzionalizzate quali le parate; il linguaggio del corpo era coperto da grande pudore.

Oggi si assiste al rinforzamento di un corpo pubblico, che deve essere mostrato, comperato, giudicato e consumato.

Si tratta di un corpo simbolo dello stato sociale e del quale bisogna rendere conto alla società; attraverso lo stesso processo, si è spostato nella sfera pubblica il mondo privato della sessualità.

Sempre in questa prospettiva socializzante, mentre in precedenza il corpo vestito testimoniava il valore sociale dell’individuo, il suo posto nella gerarchia e la sua potenza, oggi invece si valorizza il nuovo mito del corpo nudo, soprattutto se giovane e bello.

In particolare l’abbronzatura del corpo nudo è diventata un nuovo indice di valore sociale, nel quale la pelle sostituisce l’abito. Prima il corpo del benessere era rappresentato da una certa rotondità, una certa abbondanza, addirittura un’obesità; i ricchi erano più grassi dei poveri ed i preti, costretti al voto di castità, esprimevano la loro realizzazione attraverso delle forme rotonde e gioviali.

Tali immagini sono presenti ancor oggi in certe immagini pubblicitarie. Ora sta invece diffondendosi una mitologia del corpo snello, di linea elegante, eventualmente erotica, ma non ascetica, ed un corpo come muscolo, pronto, scattante, un piccolo Rambo.

Rispetto alla sessualità, il vecchio corpo incarnava una tipologia maschile e femminile ben distinta, nella quale il corpo muscoloso del guerriero era contrapposto al corpo fragile e sensibile della sposa, madre e casalinga. La nuova mitologia ha in parte abolito la differenza tra i sessi e ci propone piuttosto la valorizzazione di un corpo androgino, sia nella realtà anatomica che nell’espressione relativa ai vestiti.

Ma l’immagine del corpo imposta dalla società dei consumi è quella di un corpo idealizzato, senza tempo, in cui è difficile riconoscersi e che ti spinge a continue lotte, rinunce e frustrazioni, per adeguarvisi.

Questo corpo, che ci viene presentato come definito, certo e stabile, in realtà è in continua trasformazione e quindi difficile da delimitare e da catalogare. Vi è innanzi tutto ciò che viene chiamato sviluppo: un corpo che fa la sua comparsa nel mondo, che sembra dotato di una potenza biologica infinita, di cui non si possono ancora conoscere i progetti e le successioni. Questo corpo del bambino ci affascina e, al tempo stesso, ci fa paura. Quando poi il corpo può raggiungere quel momento sacro che sarebbe il momento certo della maturità? Questo apice in pratica non esiste, perché, quando crediamo che sia stato raggiunto, già inizia un processo parallelo ed inquietante, che chiamiamo involutivo.

Vi è dunque un corpo statico, situato nello spazio ed in quell’attimo di tempo, un corpo che si può veramente toccare e dotare di misure esatte; all’opposto, vi è un corpo dinamico, espressione di tutte le trasformazioni possibili, portatore del movimento e dello spostamento, un corpo imprendibile e misterioso, che può riservare delle sorprese e delle delusioni.

C’è, allora, un corpo situato in uno spazio presente e sicuro o invece un corpo immerso nel tempo, che tutto travolge e tutto cambi? E’ spesso il futuro di questo corpo che ci spaventa; futuro che sembra non appartenerci completamente. Questo corpo che cambia, segno da un lato di certezza e di presenza, diventa anche il segno che già non siamo più noi e quindi il segno di qualcosa che diventiamo senza volerlo interamente. Due sono i momenti in cui più è palese la crisi nei confronti del nostro corpo: l’adolescenza e la vecchiaia.

L’adolescente vede un corpo in profonda trasformazione, un corpo che non gli riesce di comprendere, perché non è più quello di un bambino, ma neppure quello di un uomo. Il vecchio vede sfuggirgli di mano un corpo che per anni ha coltivato, corteggiato o con cui almeno ha convissuto; lo vede non rispondergli più e perciò lo nega e non lo sente più suo.

D’altra parte, proprio così com’è, questo corpo può essere un corpo creativo e rivoluzionario, che rispetta se stesso, perché si conosce e si costruisce giorno per giorno, da quando si rende conto di sé e della sua presenza nel mondo, a quando, sempre più maturo e conscio di sé, ne percepisce la sua imminente perdita. Ed è forse nella percezione di questa relatività assoluta, che vi può essere anche il senso assoluto del proprio corpo, il primo passo verso una riconciliazione, il primo passo verso una perfetta identità del corpo col proprio corpo.

Il corpo può, quindi essere sano e rispondere perciò a quei criteri di salute e di equilibrio funzionale che ci sono così cari, oppure diventare malato, portatore di sofferenza e di agitazione interna: è il corpo invaso dai demoni, dai virus, dalle forze distruttrici, che sembrano essere gelose di noi, forze che spesso siamo noi stessi a scatenare, sostenuti dal nostro delirio di onnipotenza, che ci fa dimenticare qual è la realtà ed il limite del nostro corpo.

Perdere di vista questi concetti, ci può portare alla mancanza di rispetto per il nostro corpo. In questa luce dovremmo rivedere il nostro atteggiamento verso l’A.I.D.S. e le malattie a trasmissione sessuale in genere, comprendendo come l’utilizzo di precauzioni (profilattico) in ambito sessuale non sia il far prevalere la ragione sull’irrazionale (sessualità), ma il creare una nuova cultura della sessualità, in cui la prevenzione possa rientrare nei giochi creativi dell’erotismo e la limitazione di certe pratiche sessuali venga più vissuta come possibilità di maggiore amore per un corpo limitato, ma espressione totale di quella persona, che come ostacolo per un piacere egoistico.

Infine, il corpo si modifica con i concetti ed i bisogni che agiscono su di esso, si adatta alle circostanze più sfavorevoli, coabita facilmente con le minacce, con la mancanza di confort; esso sembra essere sempre più ricco di possibilità di quanto appaia nell’immediato.

Il corpo può essere, insomma, la nostra fierezza, ma anche la sorgente della nostra insicurezza. Il corpo, con la sua massiccia realtà, non è tuttavia completamente evidente ed aperto: vi è un corpo segreto, un corpo ambiguo.             Quali sono, per esempio, i limiti del corpo? Dove si situa la frontiera con la psiche? Non si sa, in altre parole, dove finisce la fisicità pura, la materia toccabile ed indiscussa, e dove inizi quella zona funzionale ed intangibile che è, appunto, la psiche, il pensiero, la ragione. Vi è ancora, in questo corpo segreto, tutta quell’ampia dimensione descritta da Freud e da altri psicoanalisti come inconscio, inconscio psichico ma anche biologico.

Si rileva l’inconscio dei conflitti, degli automatismi, ma anche l’inconscio delle difese e delle negazioni psicologiche ed emotive, l’inconscio delle dimenticanze inevitabili per l’usura del tempo. Ma dove vi è un incontro tra psiche e corpo? Sono poi lontane queste due realtà o l’una è il contenitore dell’altra?

Se ripercorriamo lo sviluppo psicosessuale e cognitivo del bambino, ci accorgiamo che la mente ed il corpo sono un’entità dialettica sinergica. Sono il corpo, le sue funzioni fisiologiche che danno struttura alla mente. Appena nasce, il bambino è essenzialmente una bocca, perché questo è l’organo che gli permette di vivere e con questo si relaziona con il mondo esterno, un mondo ancora indistinto e considerato parte di sé, un mondo che si può inglobare, ingurgitare, sputare o vomitare come il cibo.

I primi simboli, i primi processi mentali cognitivi nascono, quindi, in questo semplice modo: pensiamo come il bambino metta tutto in bocca, e lo analizzi con una girandola da ogni lato, come la bocca cerchi automaticamente il seno, un seno che, prima oggetto parziale, diventa poi seno-madre, primo passo di un’apertura al mondo, ad un rapporto a due.

Tutte le prime sensazioni vengono registrate come percezioni frammentate, proto-pensieri di una mente in formazione, di un io ancora parcellizzato, che corre il rischio di disperdersi; in questa situazione la pelle, come organo di confine e di relazione con il mondo esterno, fa le funzioni di contenitore e di difesa.

La pelle, come organo di senso in cui sono presenti innumerevoli terminazioni nervose, ci permette i primi contatti corporei con la madre, ci fa percepire il senso di calore, le manipolazioni, il piacere ed il dolore, strumenti fondamentali per rafforzare la struttura dell’Io e per dare dei netti confini tra ciò che è il Sé e ciò che è altro da Sé, il mondo esterno, con cui ci relazioniamo e da cui pure dipendiamo.

Il passaggio attraverso le varie fasi (orale, anale, uretrale e fallica) è un iter obbligato attraverso momenti evolutivi fondamentalmente biologici, che lasciano però il loro segno sulla struttura del pensiero e sull’evoluzione sessuale di ogni individuo. L’elaborazione ed il superamento di questi momenti porta alla formazione di un individuo «sano», che può esprimere liberamente tutte le potenzialità presenti nel suo corpo e nella sua mente.

Un esempio molto palese di come i conflitti psichici (non corretta evoluzione) agiscano nel corpo è dato dalle malattie psico-somatiche (asma, ulcera, colite, ipertensione, ecc,) e dai vari sintomi somatici presenti nelle sindromi ansiose e nevrotiche.

La mente che non riesce a rielaborare e conciliare la realtà esterna con le proprie pulsioni interne, non gestendo l’angoscia di questo conflitto, fa ammalare il corpo, per salvaguardare la propria integrità.

Un altro momento molto significativo dell’integrazione tra mente e corpo è la sessualità; la mente modula e simbolizza eroticamente le percezioni corporee ed il corpo vibra, entra in risonanza ed amplifica i costrutti della mente. L’orgasmo è il culmine di questa realtà, in cui solo la presenza di un Io ben strutturato, può permettere il totale abbandono del corpo in un’esperienza in cui anche la mente può perdersi ed il piacere diviene l’unica certezza in una situazione in cui i confini tra mente e corpo diventano sempre meno definiti. La difficoltà di una completa e soddisfacente esperienza orgasmica nasce dal fatto che nella sessualità il linguaggio espresso attraverso il corpo è essenzialmente un linguaggio della psiche ed ogni gesto ha significato erotico ed è pure percepito eroticamente nel momento in cui la mente ha provveduto a simbolizzarlo come tale.

Questo pone però due problemi: l’uno per chi compie il gesto e l’altro per chi lo fruisce. Per il primo, il gesto deve avere un profondo significato interiore; vediamo come, nell’impotenza o nella frigidità, nessun atto o pensiero riesce a far reagire il corpo ed a farlo muovere sessualmente. Per il secondo, il gesto deve essere decodificato e letto eroticamente, per farlo entrare nei propri processi di simbolizzazione e, quindi, reagire eroticamente allo stimolo.

La sessualità è dunque un tipo di comunicazione non verbale, che segnala il suo messaggio in modo psico-somatico, attraverso il linguaggio del corpo. Se utilizziamo il coito come un esempio di comunicazione sessuale, esso può esprimere, per esempio, attrazione, accettazione, attaccamento, calore, impegno, unità, solidarietà, sicurezza, scambio, realizzazione, gioco, ecc., ma contemporaneamente narcisismo, possesso, furto, abuso, sfruttamento, violenza, ecc.

Nello stesso modo, la nudità può comunicare autenticità, confidenza, l’essere senza riserve; ma l’ambiguità di ogni meta-comunicazione può anche includere aspetti ambivalenti, come essere vergognosi, non sentirsi protetti, essere, sottomessi, forzati ed offesi, ecc. Solo concomitanti meta-segnali rivelano il vero significato del messaggio.

Il linguaggio del corpo per diventare significativo richiede tempo, ma gli incontri fisici ed affettivi per lo più sono frettolosi, banali, approssimativi, a volte anche rozzi e volgari: dunque, non concedono tempo. Invece occorre tempo per la comprensione d questo messaggio, per capire come la persona che ci sta accanto si muove, cosa esprime con i suoi gesti, quali sono i suoi desideri e come vuole che noi rispondiamo a lei, con quali nostri gesti; ma spesso tutta la capacità immaginativa non basta, se contemporaneamente non verbalizziamo le nostre sensazioni, i nostri desideri, le nostre fantasie.

In questa situazione, dobbiamo saper rinunciare alla nostra pretesa onnicomprensiva nei confronti dell’altro ed alla contemporanea pretesa che l’altro ci comprenda e ci soddisfi totalmente, sin dal primo istante. La sessualità è un lungo cammino, iniziato dapprima singolarmente e poi insieme, e costellato spesso di errori e frustrazioni, ma anche di gioie e soddisfazioni. E’ come l’esperienza del bambino che inizia ad alzarsi ed a camminare da solo, sui suoi due piedini, potendo così muoversi per possedere il mondo; ma quante cadute e quante botte, prima di avere un’andatura sicura! Dunque, pazienza, fatica e tempo (e non è anche questo amore?), cose che spesso sono difficili da avere, soprattutto nell’attuale, diffusa cultura, che si basa essenzialmente sul «tutto e subito» ed «il massimo risultato con il minimo dello sforzo».

Siamo frenetici, affaccendati a raccattare il massimo del piacere nelle esperienze più disparate, dei forzati del sesso. In questo contesto, spesso rimpiangiamo di non avere tempo; sarebbe questo il motivo della presenza di poche esperienze più «serie»; ma il più delle volte questo è solo un alibi, perché, d’altro lato, difficilmente ci preoccupiamo di usare bene il tempo che abbiamo. Forse solo reinserendo il corpo nella realtà del tempo, potremo parlare di corpo riconciliato, perché solo un corpo che ha tempo, e di cui si rispettano i tempi, è un corpo che può esprimere totalmente se stesso ed anche la mente può rispecchiarsi serenamente in esso.