Approfondimenti
Articolo
tratto da: «Il Guado», n. 23, marzo 1988, pp. 6-15. Si tratta di una relazione
che l’autore, medico sessuologo, ha tenuto alla «Claudiana» di Torino il 9
gennaio 1988. Ripreso ne «Il Libro Aperto, pro manuscripto a c. di Don Floriano
Pellegrini, 15 giugno 1998, pp. 301-309.
Roberto Moretta
Parlare del corpo, parrebbe parlare di ciò che è più
che mai evidente: con cosa mi relaziono con l’altro se non con il corpo? Tocco
la sua mano, la vedo muoversi, vibrare ad una mia carezza.
Eppure, non è
così semplice. Il mio corpo è qui seduto, la mia mano tiene una penna e scrive,
ma una parte di me non è qui, continua con i suoi pensieri; una parte del mio
corpo, anche se non percepibile dall’esterno, esprime la mia angoscia, il suo
dolore per i problemi che vive in questo periodo.
Così voi, che
leggete, iniziando forse in modo distratto queste mie righe, sarete due noi:
uno che legge ed uno che continua con la vita ed i pensieri che avete appena
lasciato, ma che continuano dentro di voi. Quante volte poi il nostro corpo è
una marionetta nelle nostre mani, fantoccio che muoviamo secondo le convenzioni
sociali e le aspettative degli altri, profondamente scisso da un corpo che si
muoverebbe ed esprimerebbe in modi certamente diversi.
Dunque, un
corpo riconciliato o da riconciliare, ma con chi o con che cosa? Riconciliato
soprattutto con se stesso e poi con gli altri; ma è realmente possibile ciò? E’
un’utopia, una meta da raggiungere o a cui solo tendiamo idealmente? Oppure è
una pura illusione, perché nel binomio mente-corpo o l’uno o l’altro viene
negato o considerato limite dell’altro?
Per
recuperare un nuovo concetto di corpo è necessario conoscere il vecchio e per
fare questo dobbiamo ripercorrere nel tempo l’evoluzione che tale concetto ha
avuto, dando uno sguardo, forse un po’ scolastico, alla storia della filosofia
occidentale.
Con facilità
si nota che non si trovano degli sviluppi specifici, relativi alla corporeità
in senso stretto; si può comunque elaborare qualche concetto, estrapolandolo
dall’insieme della dottrina filosofica che si vuole considerare.
I filosofi
presocratici vedono il mondo come un immenso corpo che corrisponde al concetto
di Natura, di Fysis. La Natura, forza propulsiva, incorpora ogni organismo ed anche
noi stessi. Quindi noi ed il nostro corpo siamo Natura.
Successivamente,
per Platone, il mondo fa parte di un insieme di apparenze, di per sé non
completamente libere da una certa forma di inganno per colui che le contempla.
La verità esterna e non soggetta alle mutazioni tipiche delle apparenze e delle
esteriorità, si ritrova solo in nozioni ideali che non possiamo raggiungere o
realizzare completamente. In base a ciò è concepibile che il corpo sia
fondamentalmente il trionfo dell’apparenza e che tutt’al più si possa
immaginare un corpo ideale, inserito allora in un mondo che trascende la
realtà.
Questo corpo
ideale non sarebbe suscettibile di morte: in fondo tale concetto non sarebbe
che un’ispirazione riscontrabile anche in campo religioso. Nello stesso
cristianesimo, per esempio, vi è una differenza tra il corpo incorrotto del
paradiso terrestre, non contaminato dal peccato, oppure il corpo risorto,
premio per i credenti ed i buoni, dove si riapproprieranno di questo corpo
trasfigurato e luminoso, ed invece il corpo reale, portatore di errore e di
morte.
Ritroveremo
questi concetti diversamente elaborati in vari pensieri filosofici sino ai
giorni nostri.
Per la
corretta empiristica, il corpo fa parte delle apparenze traditrici ed incerte della
realtà, ma tuttavia costituisce l’impatto indispensabile con il reale e
pertanto rappresenta, paradossalmente, di questa realtà una specie di certezza
matematica.
Cartesio, dal
canto suo, preferisce distinguere, separare questo corpo definito in quanto
«res estensa», superficie e forma visibile, dal pensiero, dalla psiche, che non
si vede e non si tocca, ma è egualmente dotata di realtà, della realtà
pensante. In pratica, due sostanze che coesistono e s’influenzano, pur non
avendo niente in comune. Il corpo non potrà mai essere pensiero ed il pensiero
non potrà mai essere materia.
Lo stesso
punto di vista anima Spinoza.
Per Kant il
corpo, inteso come una possibile entità globale, non è concepibile. Il corpo
non può essere inserito nelle categorie del tempo e dello spazio e, di
conseguenza, non sarà percepito ed individuato che in maniera relativa ed
incompleta. Il corpo in sé, nella sua essenza, non è percepibile, perché non
può trattarsi che di un corpo in un dato momento ed in un dato contesto spaziale.
Al contrario,
la filosofia idealista e soprattutto Hegel reinserisce il corpo nella totalità
di un insieme vasto e dialettico dove il corpo in quanto tale, come materia e
come oggetto, non è che un momento dialettico dello sviluppo dello spirito. E’ questo
stesso spirito che ad un dato momento, pur servendosi del corpo come oppositore
dialettico, lo sorpassa e lo elimina.
Successivamente
Schopenhauer immagina il corpo come portavoce di quel desiderio di vita, di
piacere, che costituisce un nuovo inganno per l’essere umano: nasce da qui la
necessità di liberarsi di queste esigenze, essenzialmente corporee e
funzionali, per poter essere, con la presa di coscienza di dette spinte vitali
e irrazionali, liberi e capaci di autodeterminazione.
Nel contesto
della filosofia contemporanea è possibile vedere ed immaginare il corpo nel
momento esistenzialista e fenomenologico, come un ente dotato di una storia che
lo rende unico, ma al tempo stesso incomprensibile, a causa di questa
singolarità individuale accentuata, mentre per i filosofi strutturalisti,
questo corpo non è che un insieme di strutture ripetitive, che prescindono
dalla storia personale.
Lo stesso
Freud potrebbe, a questo riguardo, essere inserito in una visione strutturalista,
poiché la storia del bambino, del suo corpo, delle sue pulsioni, non è una
storia vera e strettamente individuale, ma è solo la ripetizione di una
struttura conflittuale inevitabile. Tipica, a questo riguardo, è la struttura
del complesso detto di Edipo, dove il corpo è condannato ad essere portatore di
desideri incestuosi.
Il
materialismo vede, invece, nella materia e quindi nel corpo la sola realtà, la
sola entità su cui possiamo contare, a differenza dello spiritualismo, che non
può non vedere nel corpo che un’entità da sottomettere, da controllare,
un’entità da migliorare e da trascendere, attraverso le esigenze dello spirito.
Parallelamente, possiamo riferirci a delle tendenze filosofiche come quella
positivista, che ritiene di scoprire nel corpo certe leggi di tipo matematico
della vita (in questa linea è tutta la medicina tradizionale occidentale), o,
al contrario, al personalismo, che si lascia sedurre da fattori più misteriosi
ed individuali, atti a trasformare il corpo ed a renderlo ricco di sorprese.
Così si giunge fino al vitalismo, che vede nel corpo e nel suo sviluppo la
concretizzazione dell’energia vitale.
Uscendo
dall’ambiente filosofico per entrare in quello culturale, si possono ricordare
le nozioni di corpo collegabili all’ellenismo, nelle quali predominano i concetti
di forma, di bello, di armonia, e dove pertanto il corpo diventa il centro
dell’universo o qualche cosa che non dipende solo dalla bontà dell’uomo e dei
suoi valori spirituali, ma costituisce un valore in sé, una ricchezza vitale
che forse determina i valori spirituali, piuttosto che il contrario. A Roma,
come già a Sparta, il corpo diviene soprattutto presenza, elemento partecipatore
della comunità, mezzo di dominio, spazio vitale e forza.
Col
cristianesimo il corpo è sia portatore dello spirito e dei valori divini, sia
il terreno della tentazione e della perdizione: il corpo per il cristianesimo
diventa perciò un vero e proprio campo di battaglia, dove si affrontano il bene
e il male.
Nell’occidente
anglosassone, ma anche latino, nel mondo che è proprio della nostra civiltà, il
corpo diventa centro di funzionalità e di efficienza ed anche elemento di
identità sociale. Il corpo diventa quindi civilizzato, catalogato, controllato
e di esso si è interamente responsabili, anche giuridicamente.
Il corpo, dunque,
può essere un concetto ed una nozione, così, accanto alle considerazioni
strettamente filosofiche che possono essere fatte su di esso, il corpo entra
nel regno dei simboli e dei miti.
Il corpo può
essere, dunque, fondamentalmente buono, fonte di energia e di vitalità; oppure
può essere considerato cattivo, come un cavallo infuriato che bisogna tenere ad
ogni costo alla briglia per essere domato.
D’altra parte
il corpo, rispetto a quello che può simboleggiare, è già divisibile in tante
parti, più o meno buone, più o meno cattive. Vi è una destra, stimata in genere
migliore della parte sinistra, benché per l’incrocio dei fasci nervosi
piramidali, sia in pratica il cervello sinistro che comanda al corpo destro: si
arriva al paradosso che una parte presunta buona sia sottomessa e diretta da
una parte presunta più cattiva.
Secondo gli
studi più recenti, il cervello sinistro è una parte del corpo portatrice di
tendenze razionalizzanti e di tipo matematico, mentre l’emisfero destro è a
struttura, diciamo, più artistica ed irrazionale.
Vi è inoltre
tutta la simbologia, che può essere collegata alle parti del corpo situate più
in alto rispetto a quelle situate più in basso. Tutto ciò che è situato più in
alto, viene di solito giudicato più valido, più umano, forse come ricordo della
posizione eretta che anticamente era quella dell’animale-uomo; situare in alto
il meglio di sé, può dare l’impressione di partecipare più compiutamente alla
posizione eretta, tipicamente umana, e della quale l’uomo è così fiero.
Oltre a
queste prospettive della destra e della sinistra, dell’alto e del basso, e del
davanti e del dietro, molti organi e strutture funzionali sono senz’altro
considerati più validi e più utili, mentre altri appaiono come secondari e
pertanto inferiori.
Vi è poi
tutto l’aspetto simbolico che può essere collegato alla nozione del corpo
nello, del corpo armonioso, che esprimerebbe, appunto attraverso quest’armonia,
l’equilibrio delle forme, il senso del buono, del retto, del riuscito: il
corpo, insomma, che è gradito agli dei.
E’ pertanto
da quest’ultimo concetto che il corpo viene recuperato nella spirale del
consumismo: l’igiene, il trucco, gli abiti, lo sport, la moda. Aumentano gli
istituti di estetica, le palestre, con attività sportive più o meno costose.
Anche la
riscoperta del corpo attraverso nuove pratiche, come i massaggi, il rilassamento,
la psicomotricità, la bio-energetica, ecc., rischia di diventare un nuovo campo
di sfruttamento.
Il corpo,
quindi, non è soltanto una merce, ma un capitale da far fruttare, attraverso il
lavoro e la programmazione delle vacanze. Il corpo è l’indice di appartenenza
alle classi, come la casa e l’automobile, e questa separazione persiste anche
dopo la morte, nella «gestione del corpo» nei funerali.
Se in passato
il corpo era al servizio dell’altro – il corpo dell’uomo serviva all’esercito o
all’industria, quello della donna a fare dei bambini o al piacere dell’uomo –
questa dimensione oggettuale del corpo oggigiorno è sostituita da un nuovo
mito, nel quale il corpo è visto in una prospettiva egocentrica.
E’ un corpo
per sé, la cui dimensione pulsionale è valorizzata, sorgente di energia e di
desiderio, mentre il corpo per l’altro perde la sua importanza. In passato il
corpo, come la sessualità, faceva parte del dominio privato. Si parlava poco
del corpo, non lo si mostrava mai in pubblico, salvo in situazioni
istituzionalizzate quali le parate; il linguaggio del corpo era coperto da
grande pudore.
Oggi si
assiste al rinforzamento di un corpo pubblico, che deve essere mostrato,
comperato, giudicato e consumato.
Si tratta di
un corpo simbolo dello stato sociale e del quale bisogna rendere conto alla
società; attraverso lo stesso processo, si è spostato nella sfera pubblica il
mondo privato della sessualità.
Sempre in
questa prospettiva socializzante, mentre in precedenza il corpo vestito
testimoniava il valore sociale dell’individuo, il suo posto nella gerarchia e
la sua potenza, oggi invece si valorizza il nuovo mito del corpo nudo,
soprattutto se giovane e bello.
In particolare
l’abbronzatura del corpo nudo è diventata un nuovo indice di valore sociale,
nel quale la pelle sostituisce l’abito. Prima il corpo del benessere era
rappresentato da una certa rotondità, una certa abbondanza, addirittura
un’obesità; i ricchi erano più grassi dei poveri ed i preti, costretti al voto
di castità, esprimevano la loro realizzazione attraverso delle forme rotonde e
gioviali.
Tali immagini
sono presenti ancor oggi in certe immagini pubblicitarie. Ora sta invece
diffondendosi una mitologia del corpo snello, di linea elegante, eventualmente
erotica, ma non ascetica, ed un corpo come muscolo, pronto, scattante, un
piccolo Rambo.
Rispetto alla
sessualità, il vecchio corpo incarnava una tipologia maschile e femminile ben
distinta, nella quale il corpo muscoloso del guerriero era contrapposto al
corpo fragile e sensibile della sposa, madre e casalinga. La nuova mitologia ha
in parte abolito la differenza tra i sessi e ci propone piuttosto la
valorizzazione di un corpo androgino, sia nella realtà anatomica che
nell’espressione relativa ai vestiti.
Ma l’immagine
del corpo imposta dalla società dei consumi è quella di un corpo idealizzato,
senza tempo, in cui è difficile riconoscersi e che ti spinge a continue lotte,
rinunce e frustrazioni, per adeguarvisi.
Questo corpo,
che ci viene presentato come definito, certo e stabile, in realtà è in continua
trasformazione e quindi difficile da delimitare e da catalogare. Vi è innanzi
tutto ciò che viene chiamato sviluppo: un corpo che fa la sua comparsa nel
mondo, che sembra dotato di una potenza biologica infinita, di cui non si
possono ancora conoscere i progetti e le successioni. Questo corpo del bambino
ci affascina e, al tempo stesso, ci fa paura. Quando poi il corpo può
raggiungere quel momento sacro che sarebbe il momento certo della maturità?
Questo apice in pratica non esiste, perché, quando crediamo che sia stato raggiunto,
già inizia un processo parallelo ed inquietante, che chiamiamo involutivo.
Vi è dunque un
corpo statico, situato nello spazio ed in quell’attimo di tempo, un corpo che
si può veramente toccare e dotare di misure esatte; all’opposto, vi è un corpo
dinamico, espressione di tutte le trasformazioni possibili, portatore del
movimento e dello spostamento, un corpo imprendibile e misterioso, che può
riservare delle sorprese e delle delusioni.
C’è, allora,
un corpo situato in uno spazio presente e sicuro o invece un corpo immerso nel
tempo, che tutto travolge e tutto cambi? E’ spesso il futuro di questo corpo
che ci spaventa; futuro che sembra non appartenerci completamente. Questo corpo
che cambia, segno da un lato di certezza e di presenza, diventa anche il segno
che già non siamo più noi e quindi il segno di qualcosa che diventiamo senza
volerlo interamente. Due sono i momenti in cui più è palese la crisi nei
confronti del nostro corpo: l’adolescenza e la vecchiaia.
L’adolescente
vede un corpo in profonda trasformazione, un corpo che non gli riesce di
comprendere, perché non è più quello di un bambino, ma neppure quello di un uomo.
Il vecchio vede sfuggirgli di mano un corpo che per anni ha coltivato,
corteggiato o con cui almeno ha convissuto; lo vede non rispondergli più e
perciò lo nega e non lo sente più suo.
D’altra
parte, proprio così com’è, questo corpo può essere un corpo creativo e rivoluzionario,
che rispetta se stesso, perché si conosce e si costruisce giorno per giorno, da
quando si rende conto di sé e della sua presenza nel mondo, a quando, sempre
più maturo e conscio di sé, ne percepisce la sua imminente perdita. Ed è forse
nella percezione di questa relatività assoluta, che vi può essere anche il
senso assoluto del proprio corpo, il primo passo verso una riconciliazione, il
primo passo verso una perfetta identità del corpo col proprio corpo.
Il corpo può,
quindi essere sano e rispondere perciò a quei criteri di salute e di equilibrio
funzionale che ci sono così cari, oppure diventare malato, portatore di
sofferenza e di agitazione interna: è il corpo invaso dai demoni, dai virus,
dalle forze distruttrici, che sembrano essere gelose di noi, forze che spesso
siamo noi stessi a scatenare, sostenuti dal nostro delirio di onnipotenza, che
ci fa dimenticare qual è la realtà ed il limite del nostro corpo.
Perdere di
vista questi concetti, ci può portare alla mancanza di rispetto per il nostro
corpo. In questa luce dovremmo rivedere il nostro atteggiamento verso
l’A.I.D.S. e le malattie a trasmissione sessuale in genere, comprendendo come
l’utilizzo di precauzioni (profilattico) in ambito sessuale non sia il far
prevalere la ragione sull’irrazionale (sessualità), ma il creare una nuova
cultura della sessualità, in cui la prevenzione possa rientrare nei giochi
creativi dell’erotismo e la limitazione di certe pratiche sessuali venga più
vissuta come possibilità di maggiore amore per un corpo limitato, ma
espressione totale di quella persona, che come ostacolo per un piacere
egoistico.
Infine, il
corpo si modifica con i concetti ed i bisogni che agiscono su di esso, si adatta
alle circostanze più sfavorevoli, coabita facilmente con le minacce, con la
mancanza di confort; esso sembra essere sempre più ricco di possibilità di
quanto appaia nell’immediato.
Il corpo può
essere, insomma, la nostra fierezza, ma anche la sorgente della nostra
insicurezza. Il corpo, con la sua massiccia realtà, non è tuttavia
completamente evidente ed aperto: vi è un corpo segreto, un corpo ambiguo. Quali sono, per esempio, i limiti
del corpo? Dove si situa la frontiera con la psiche? Non si sa, in altre
parole, dove finisce la fisicità pura, la materia toccabile ed indiscussa, e
dove inizi quella zona funzionale ed intangibile che è, appunto, la psiche, il
pensiero, la ragione. Vi è ancora, in questo corpo segreto, tutta quell’ampia
dimensione descritta da Freud e da altri psicoanalisti come inconscio,
inconscio psichico ma anche biologico.
Si rileva
l’inconscio dei conflitti, degli automatismi, ma anche l’inconscio delle difese
e delle negazioni psicologiche ed emotive, l’inconscio delle dimenticanze
inevitabili per l’usura del tempo. Ma dove vi è un incontro tra psiche e corpo?
Sono poi lontane queste due realtà o l’una è il contenitore dell’altra?
Se
ripercorriamo lo sviluppo psicosessuale e cognitivo del bambino, ci accorgiamo
che la mente ed il corpo sono un’entità dialettica sinergica. Sono il corpo, le
sue funzioni fisiologiche che danno struttura alla mente. Appena nasce, il
bambino è essenzialmente una bocca, perché questo è l’organo che gli permette
di vivere e con questo si relaziona con il mondo esterno, un mondo ancora
indistinto e considerato parte di sé, un mondo che si può inglobare,
ingurgitare, sputare o vomitare come il cibo.
I primi
simboli, i primi processi mentali cognitivi nascono, quindi, in questo semplice
modo: pensiamo come il bambino metta tutto in bocca, e lo analizzi con una
girandola da ogni lato, come la bocca cerchi automaticamente il seno, un seno
che, prima oggetto parziale, diventa poi seno-madre, primo passo di un’apertura
al mondo, ad un rapporto a due.
Tutte le
prime sensazioni vengono registrate come percezioni frammentate, proto-pensieri
di una mente in formazione, di un io ancora parcellizzato, che corre il rischio
di disperdersi; in questa situazione la pelle, come organo di confine e di
relazione con il mondo esterno, fa le funzioni di contenitore e di difesa.
La pelle,
come organo di senso in cui sono presenti innumerevoli terminazioni nervose, ci
permette i primi contatti corporei con la madre, ci fa percepire il senso di
calore, le manipolazioni, il piacere ed il dolore, strumenti fondamentali per
rafforzare la struttura dell’Io e per dare dei netti confini tra ciò che è il
Sé e ciò che è altro da Sé, il mondo esterno, con cui ci relazioniamo e da cui
pure dipendiamo.
Il passaggio
attraverso le varie fasi (orale, anale, uretrale e fallica) è un iter obbligato
attraverso momenti evolutivi fondamentalmente biologici, che lasciano però il
loro segno sulla struttura del pensiero e sull’evoluzione sessuale di ogni
individuo. L’elaborazione ed il superamento di questi momenti porta alla
formazione di un individuo «sano», che può esprimere liberamente tutte le
potenzialità presenti nel suo corpo e nella sua mente.
Un esempio
molto palese di come i conflitti psichici (non corretta evoluzione) agiscano
nel corpo è dato dalle malattie psico-somatiche (asma, ulcera, colite,
ipertensione, ecc,) e dai vari sintomi somatici presenti nelle sindromi ansiose
e nevrotiche.
La mente che
non riesce a rielaborare e conciliare la realtà esterna con le proprie pulsioni
interne, non gestendo l’angoscia di questo conflitto, fa ammalare il corpo, per
salvaguardare la propria integrità.
Un altro
momento molto significativo dell’integrazione tra mente e corpo è la sessualità;
la mente modula e simbolizza eroticamente le percezioni corporee ed il corpo vibra,
entra in risonanza ed amplifica i costrutti della mente. L’orgasmo è il culmine
di questa realtà, in cui solo la presenza di un Io ben strutturato, può
permettere il totale abbandono del corpo in un’esperienza in cui anche la mente
può perdersi ed il piacere diviene l’unica certezza in una situazione in cui i
confini tra mente e corpo diventano sempre meno definiti. La difficoltà di una
completa e soddisfacente esperienza orgasmica nasce dal fatto che nella
sessualità il linguaggio espresso attraverso il corpo è essenzialmente un linguaggio
della psiche ed ogni gesto ha significato erotico ed è pure percepito
eroticamente nel momento in cui la mente ha provveduto a simbolizzarlo come
tale.
Questo pone
però due problemi: l’uno per chi compie il gesto e l’altro per chi lo fruisce.
Per il primo, il gesto deve avere un profondo significato interiore; vediamo
come, nell’impotenza o nella frigidità, nessun atto o pensiero riesce a far
reagire il corpo ed a farlo muovere sessualmente. Per il secondo, il gesto deve
essere decodificato e letto eroticamente, per farlo entrare nei propri processi
di simbolizzazione e, quindi, reagire eroticamente allo stimolo.
La sessualità
è dunque un tipo di comunicazione non verbale, che segnala il suo messaggio in
modo psico-somatico, attraverso il linguaggio del corpo. Se utilizziamo il coito
come un esempio di comunicazione sessuale, esso può esprimere, per esempio,
attrazione, accettazione, attaccamento, calore, impegno, unità, solidarietà,
sicurezza, scambio, realizzazione, gioco, ecc., ma contemporaneamente
narcisismo, possesso, furto, abuso, sfruttamento, violenza, ecc.
Nello stesso
modo, la nudità può comunicare autenticità, confidenza, l’essere senza riserve;
ma l’ambiguità di ogni meta-comunicazione può anche includere aspetti ambivalenti,
come essere vergognosi, non sentirsi protetti, essere, sottomessi, forzati ed
offesi, ecc. Solo concomitanti meta-segnali rivelano il vero significato del
messaggio.
Il linguaggio
del corpo per diventare significativo richiede tempo, ma gli incontri fisici ed
affettivi per lo più sono frettolosi, banali, approssimativi, a volte anche
rozzi e volgari: dunque, non concedono tempo. Invece occorre tempo per la
comprensione d questo messaggio, per capire come la persona che ci sta accanto
si muove, cosa esprime con i suoi gesti, quali sono i suoi desideri e come
vuole che noi rispondiamo a lei, con quali nostri gesti; ma spesso tutta la
capacità immaginativa non basta, se contemporaneamente non verbalizziamo le
nostre sensazioni, i nostri desideri, le nostre fantasie.
In questa
situazione, dobbiamo saper rinunciare alla nostra pretesa onnicomprensiva nei
confronti dell’altro ed alla contemporanea pretesa che l’altro ci comprenda e
ci soddisfi totalmente, sin dal primo istante. La sessualità è un lungo
cammino, iniziato dapprima singolarmente e poi insieme, e costellato spesso di
errori e frustrazioni, ma anche di gioie e soddisfazioni. E’ come l’esperienza
del bambino che inizia ad alzarsi ed a camminare da solo, sui suoi due piedini,
potendo così muoversi per possedere il mondo; ma quante cadute e quante botte,
prima di avere un’andatura sicura! Dunque, pazienza, fatica e tempo (e non è
anche questo amore?), cose che spesso sono difficili da avere, soprattutto
nell’attuale, diffusa cultura, che si basa essenzialmente sul «tutto e subito»
ed «il massimo risultato con il minimo dello sforzo».
Siamo
frenetici, affaccendati a raccattare il massimo del piacere nelle esperienze
più disparate, dei forzati del sesso. In questo contesto, spesso rimpiangiamo
di non avere tempo; sarebbe questo il motivo della presenza di poche esperienze
più «serie»; ma il più delle volte questo è solo un alibi, perché, d’altro
lato, difficilmente ci preoccupiamo di usare bene il tempo che abbiamo. Forse
solo reinserendo il corpo nella realtà del tempo, potremo parlare di corpo
riconciliato, perché solo un corpo che ha tempo, e di cui si rispettano i
tempi, è un corpo che può esprimere totalmente se stesso ed anche la mente può
rispecchiarsi serenamente in esso.