Approfondimenti
Articolo tratto da: «Ateneo
Veneto», a. CLXXXIV (=XXXV N.S.), vol. 35°, 1997, pp. 157-166. Ripubblicato pro manuscripto, Centro
culturale «Amicizia e Libertà», novembre 2001
Federico Montecuccoli degli Erri
Novità
biografiche
sull’incisore
Giambattista Brustolon, Bellunese
Giambattista Brustolon è senza dubbio uno
dei più apprezzati fra i tanti incisori di riproduzione attivi a Venezia nel
XVIII secolo. Autore fecondo di molte lastre destinate all’illustrazione
libraria – fra l’altro le tavole per Le Rime del Petrarca, pubblicate da
Antonio Zatta nel 1756, il frontespizio della Vita di Andrea Palladio
scritta da Tommaso Temanza, pubblicata dal Pasquali nel 1762, le cento
illustrazioni della Dactyliotheca Smithiana, pure del Pasquali (1767) –
è noto anche ad un largo pubblico per la piacevolezza delle sue vedute: la
serie tratta da incisioni del Visentini (da Canaletto) e del Marieschi, e da
disegni del Moretti, dal titolo Aedium Viarumque insigniorum Urbis
Venetiarum […], dedicata al Doge Marco Foscarini e pubblicata nel 1763 da
Lodovico Furlanetto in XII, poi incrementata fino a XXII tavole; la grandiosa
serie prevista in VIII tavole ma integrata fino a XII delle cosiddette Feste
Ducali, tratta da splendidi disegni acquerellati del Canaletto, pubblicata
anch’essa dal Furlanetto a partire dal 1766.
Ad una meritata notorietà non corrisponde
tuttavia che una conoscenza sommaria, lacunosa e certamente imprecisa delle
vicende personali dell’artista, che sono ancora sostanzialmente limitate agli
scarni cenni contenuti in quella che, ad onta delle non poche inesattezze, ha
costituito meritatamente la principale fonte di conoscenza dell’incisione
veneta settecentesca. Si tratta del celebre manoscritto ottocentesco di
Giannantonio Moschini, che del Brustolon diceva:
Si educarono alla scuola del Wagner, dove
strinsero tale un’amicizia cui non poté
disciogliere che la morte, Giambattista Brustolon e Crescenzio Rizzi. Il primo,
figlio di Pietà, morì a Venezia in età d’anni 84 il giorno diciassettesimo di
ottobre dell’anno 1796 nella contrada di S. Canciano, lasciando un figlio che
con la scienza onorava il clero veneziano [ecc.] [1]
Il successivo contributo più sostanzioso,
praticamente l’unico sull’argomento, si deve a L. Alpago Novello che, nel suo
tuttora fondamentale saggio sugli incisori bellunese, non ha mancato di
dedicare al Brustolon alcune illuminanti osservazioni, pur ammettendo di non
essere riuscito a rinvenire alcun documento veramente chiarificatore. [2]
Osservato che il nome dell’incisore è tipico
di Belluno e di Zoldo, non di Venezia, lo studioso esprimeva la convinzione che
il suo luogo natale fosse in area bellunese, se non proprio a Belluno (dove le
ricerche d’archivio da lui condotte erano state negative), ed invocava a
conforto lo storico delle cose bellunese Don Francesco Pellegrini «che non
esita[va] a chiamare questo incisore bellunese come i suoi antenati».
Sulla traccia fornita dal Moschini, l’Alpago
Novello aveva controllato i libri di chiesa della parrocchia di S. Canciano, e
ne aveva trascritto l’atto di morte dell’incisore, che si trova puntualmente
annotato alla data, segnalata un secolo prima dallo scrittore veneziano, il 17
ottobre 1796:
Il Sig. Gio Batta Brustolon q. Giotà, d’anni
84, infermo da qualche anno a questa parte per frequenti accessi di colica
nefritica, morì ieri sera alle ore 24 – Medico Gennai.
Nulla di veramente nuovo, invero, ma almeno
la smentita che il Brustolon fosse «figlio di Pietà», cioè un trovatello
allevato nel veneziano Ospizio della Pietà, visto che nel suo atto di morte si
citava esplicitamente suo padre. Proprio la singolarità del nome di
quest’ultimo, Giotà, che l’Alpago Novello riteneva giustamente mal
scritto, al posto del comunque raro Gioatà, rafforzava la convinzione dello
studioso circa il luogo di nascita dell’incisore in quanto Joathas è uno
dei Santi protettori di Belluno. [3]
Fin qui le notizie biografiche ed
anagrafiche finora note in letteratura su Giambattista Brustolon, che oggi
viene salomonicamente detto «di origine bellunese» ma «nato a Venezia». [4]
Recentemente ho avuto la fortuna di
imbattermi nel processetto verbale di stato libero preliminare al matrimonio
dell’artista. [5]
Il documento è datato 22 novembre 1742, e vi
si dice:
Coram nos
comparuit Jo. Bapta
Brustolon q. Ioatha de Donto Zaudi diocesis Bellunensis, et instat se admitti
ad probandam [ecc.].
Già queste poche righe forniscono una prima
informazione fondamentale : il Brustolon era nativo di «Donto Zaudi»,
Dont di Zoldo; quindi era davvero bellunese e non veneziano.
Ma altre illuminanti indicazioni si offrono
nel prosieguo della lettura. I testimoni dei futuri sposi erano chiamati a
giurare
ch’esso Brustolon, d’età d’anni 26,
dall’anno 1733 (dal qual tempo partì dalla patria libero, come per attestato),
e Catta [Caterina] Zuana
figlia di Antonio Piazza veneta, di anni 32, dalla sua nascita sin al presente,
hanno regolarmente dimorato in Venezia ambedue della Parrocchia di S. Marco, e
sono liberi [ecc.].
Apprendiamo così in un sol colpo l’anno
dell’arrivo a Venezia del Brustolon, il 1733; l’anno presumibile della sua
nascita, il 1716 (ma su questo punto dovremo ritornare) – cioè ventiquattro
anni prima del 1742 – e non il 1712; il nome e l’età della sposa; alquanto
matura a quei tempi e sensibilmente più anziana del consorte; perfino la
contrada di residenza dell’incisore, S. Marco, che era anche quella della
famiglia della futura moglie (anche su ciò dovremo però ritornare).
Quanto all’attestato menzionato nelle
premesse del documento, quello che dichiarava che Giambattista era partito
dalla sua patria libero da impegni di matrimonio, necessario evidentemente
anche se l’interessato era un adolescente, come in questo caso, esso è
allegato, ma non aggiunge nulla di nuovo, salvo confermare che il giovane era
vissuto a Dont fino alla sua partenza per Venezia.
Era stato rilasciato in nome di Domenico
Condulmer, Vescovo della Diocesi di Belluno, in data 9 novembre 1742, e vi si
dichiarava che «Joannem Bapta q. Joatha Brustolon de Donto Zaudi […] ab
infantia sua usque ad annum 1733 moratu suam transisse in dicto loco suae
originis, et dicto tempore Venetias petisse, libero et solutum ab omni vinculo
[…]».
Ma non è tutto. Le informazioni più ghiotte
sono quelle che si desumono dal seguito del documento prenuziale, cioè
dall’identità e dalle dichiarazioni dei due testi, Guglielmo Zerletti ed
Antonio Girardi:
Examinatus fuit Guilielmus Zerletti, filius
Bartholomei, etatis annorum 32, de Parochia S. Hermacore (typographus) ; costui dichiarava : Il detto Gio.
Batta lo conosco dal primo dì che capitò in Venezia, e sono 9-10 anni che abita
in casa nostra, e la putta la conosco da putella come vicino et amico di casa
sua.
Examinatus fuit Antonius Girardi filius
Martini, etatis annorum 32, de Parochia S. Hermacore (typographus), che a sua volta affermava: Il detto Gio.
Batta lo conosco da 10 anni lavorando tutti due in casa del Sig. Guglielmo Zerletti, e la putella […].
Queste testimonianze fanno finalmente
giustizia dell’affermazione del Moschini che diceva il Brustolon «educato
alla scuola del Wagner»; un’affermazione accolta sempre con perplessità
dalla critica per la mancanza del nome dell’incisore su almeno una delle
innumerevoli lastre uscite dalla bottega del calcografo bavarese, ma mai
respinta con la fermezza che avrebbe meritato, dal momento che non è ignoto che
il Wagner era giunto a Venezia solo nel 1939, quando il Brustolon, stando al
Moschini, avrebbe dovuto avere già 27 anni.
In realtà ora sappiamo che il giovane
Giambattista era partito dalla sua casa fra i monti per sistemarsi presso il tipografo
Guglielmo Zerletti – evidentemente in quel tipico rapporto del tempo in base al
quale i capi bottega davano alloggio e vitto ai propri garzoni – e che ancora
nel 1742 egli lavorava presso il Zerletti, insieme all’altro testimone Antonio
Girardi. Come dirò più avanti, sembra perfino possibile formulare un’ipotesi
sull’identità di colui che potrebbe avere incoraggiato una modesta famiglia
della Val Zoldana a separarsi da un figlio adolescente per mandarlo a bottega
dal tipografo veneziano.
Quanto a Guglielmo Zerletti, qualche notizia
a suo riguardo ci viene fornita dall’Infelise, dal quale apprendiamo che la
bottega del tipografo aveva come insegna “La Scienza”, di quanti torchi
disponesse (nel 1775 si trattava di due torchi in bronzo, due in legno ed uno
per i rami), e perfino quale fosse il valore delle sue attrezzature. Ora sarà
interessante indagare se nelle pubblicazioni di questo piccolo editore sia
possibile trovare traccia della collaborazione del giovane Brustolon. [6]
Una volta in possesso di un documento così
stimolante come quello che ho appena illustrato, non potevo certo rinunciare a
cercare direttamente a Dont ulteriori tracce biografiche del Brustolon, il che
mi ha portato all’indagine archivistica più strana, insolita e poco
“professionale” della mia vita, ma anche alla più divertente. Ero partito con
la convinzione che in una piccola comunità, come quella che mi attendevo di
visitare, non avrei fatto fatica a trovare la data di nascita dell’incisore.
Ricco com’ero di informazioni precise e circostanziate, sempre che naturalmente
si fossero conservati i libri di chiesa settecenteschi. Ne è scaturita invece
una sorta di caccia al tesoro e, dopo vicende più degne della penna di un
Jerome K. Jerome che di quella di uno storico documentarista, ho appreso che
Dont nel ‘700 non aveva dignità di parrocchia, e che all’epoca i battesimi
venivano celebrati nel non proprio vicino paese di Pieve.
E finalmente nella casa canonica della
chiesa parrocchiale di Pieve, intitolata a S. Floriano, grazie alla cortesia di
un parroco che custodisce i registri parrocchiali in modo assolutamente
perfetto, ho potuto esaminare il libro «Battezzati 1696-1726», che alla pagina
211 riporta:
Dì 23 giugno 1718 – Gio. Batta, figlio di
Giacomo Brustolon da Dont e Cattarina fugali, fu levato al Sacro Fonte da
Gualdo Battistin da Dont, e battezzato da me P. Gio. Maria Thalamini
Cappellano.
Il battesimo non era del 1716, come ci si
sarebbe attesi dalle indicazioni scaturite dal processetto di stato libero, ma
in questo tipo di documenti si trovano di frequente approssimazioni anche molto
più ampie. Il divario temporale non mi sembra costituire, quindi, un problema.
Semmai si può osservare che la registrazione dell’atto battesimale non menziona
la data della nascita di Giambattista, che è probabile fosse anteriore anche di
qualche mese, tenuto conto che in montagna i bambini che nascevano in pieno
inverno, venivano portati alla funzione battesimale quando i rigori del freddo
si erano mitigati, specie da parte di chi abitava lontano dalla chiesa, come
era il caso della famiglia Brustolon. [7]
E’ invece il nome del padre che disturba:
Giacomo e non Gioata. Al riguardo non saprei che dire: non so se Gioata possa
essere una deformazione di Giacomo, o se Giacomo fosse un soprannome, o se l’anonimo
compilatore del libro parrocchiale credesse che Gioata, un nome davvero molto
raro, fosse una forma volgarizzata di Giacomo, da correggere in un documento
ufficiale. Sta di fatto che nel libro da me consultato un Gioata Brustolon non
appare mai, mentre Giacomo, il nostro Giacomo, è nuovamente citato due anni
prima, in occasione del battesimo di una sorella maggiore di Giambattista, di
nome Maria. [8]
Il dubbio è il più stimolante alimento del
lavoro di ricerca e di approfondimento, ed anche in questa circostanza è bene
non forzare il significato dei documenti per costringerli a dire ciò che
farebbe più piacere. Un dubbio, quindi, è bene rimanga circa l’identificazione
del battezzato con il futuro incisore, con riguardo all’anomala indicazione del
nome del padre; un dubbio piccolissimo, tuttavia, dato che un bambino del nome
di Gio. Batta Brustolon, nato a Dont, intorno al 1716, non credo possa
essere davvero altri che il nostro.
Prima di concludere su questi documenti,
devo toccare un paio di punti. Il primo: dal processetto di libertà degli sposi
si apprende che entrambi erano della parrocchia di S. Marco; tuttavia, una
ricerca specifica sui libri matrimoniali di questa parrocchia, e di quelle
vicine di S. Basso, S. Zulian, S. Geminiano, S. Moisè, ha dato esito negativo;
la coppia non si era sposata in nessuna di queste chiese. Ciò però non mi ha
stupito più di tanto, perché l’indicazione del documento mi sembra errata (un
altro errore, quindi). Guglielmo Zerletti, che abitava nella contrada di S.
Ermagora (SS. Ermagora e Fortunato, per essere precisi, cioè S. Marcuola),
aveva detto dello sposo «abita in casa nostra», quindi necessariamente a
S. Marcuola e non a S. Marco; ma anche della sposa aveva dichiarato di
conoscerla «da putella», da bambina, «come vicina di casa sua»,
il che fa escludere che essa potesse abitare nella contrada di S. Marco, che è
assai lontana da S. Marcuola.
Secondo. L’Alpago Novello, e sulla sua scia
altri studiosi, affermano che la primizia incisoria del Brustolon sarebbe il ritratto
del conte friulano Francesco Beretta, anteposto al volume Principi di
Filosofia Cristiana sopra lo stato nuziale ad uso delle donzelle nobili […]
del Conte Francesco Beretta Udinese, stampato in Padova da Giuseppe Comino
l’anno 1730. Orbene, se già la supposta data di nascita del 1712 faceva
considerare questo intaglio come opera precoce di un diciottenne, è chiaro che
spostando avanti di sei anni tale data, come ora mi sembra si debba fare, il
problema si complica notevolmente. Poteva un dodicenne, per quanto dotato, essere chiamato ad incidere un ritratto in
un libro che, fra l’altro, era piuttosto pretenzioso, perché destinato alle
fanciulle nobili e dedicato a Sua Eccellenza la N.D. Cecilia Mocenigo Soranzo?
Certamente no.
Ma neppure avrebbe potuto esserlo un
incisore quattordicenne, età che avrebbe avuto il Brustolon se fosse nato in
quel 1716 che ormai si deve considerare un punto fermo post quem con riguardo,
appunto, alla sua nascita.
Ed in ogni caso non avrebbe potuto farlo
nessuno, anche se nato nel 1712 di moschiniana memoria, che – come il Brustolon
– nel 1730 fosse ancora fra i monti della sua Val Zoldana (da cui si era mosso,
per recarsi a Venezia, solo nel 1733), come ormai è documentato al di là di
ogni dubbio. Come si risolve allora il mistero? Io posso solo dire che
l’esemplare dell’opera incriminata che mi è stato possibile esaminare
(Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, segnatura 180.C.46), un esemplare
apparentemente perfetto ed integro, è del tutto privo di ritratti. Si dovranno
controllare altri esemplari, per scrupolo, prima di affermare che l’Alpago
Novello, e chi l’ha seguito, hanno preso un abbaglio; allo stato questa
possibilità mi pare, tuttavia, molto concreta.
***
Dopo il matrimonio il Brustolon era
finalmente uscito dalla casa del suo capo bottega e si era trasferito nella non
lontana contrada di S. Felice. Quivi, in calle di Ca’ Priuli, un catartico
fiscale dei Provveditori alle Pompe, datato primo giugno 1745, lo citava così:
Zuanne (sic!) Brustolon, detta casa (si parla cioè della
stessa casa della riga precedente del catartico, nella quale abitava anche una
certa Maddalena Molin abbandonata dal marito, che pagava 12 ducati annui
d’affitto), incide in rame, con moglie et una creatura - [paga d’affitto]
ducati 18.[9]
Al di là dell’errore del nome, l’ennesimo ma
non l’ultimo, l’identità del personaggio è certa a motivo di quell’ «incide
in rame», che lo qualifica con sicurezza. Un controllo dei libri della
parrocchia di S. Felice (nei quali non ho trovato prevedibilmente traccia del
matrimonio, che avrebbe potuto esservi celebrato solo se si fosse trattato
della parrocchia della sposa) mi ha consentito di individuare l’atto di
battesimo della «creatura», che si chiamava Francesco Antonio:
Adì 12 ottobre 1743. – Francesco Antonio,
figlio del Sig. Gio. Batta Bortoloni [ancora un errore], incisor in rame, q.
Giovata, et della Signora Cattarina Giovanna, figlia del Sig. Antonio Piazza,
sua legittima consorte, nato li 10 corrente. Battezzato per il Rev. Sig. D.
Gasparo Fanton pievano. Compare alla Fonte il Sig. Pietro Monaco del Sig.
Giacomo. Comare Giacomina Bisi, S. Marcuola, giurò. [10]
L’esiguità estrema dell’affitto pagato dal
Brustolon, che fra l’altro condivideva la casa con un’estranea (cosa che
all’epoca era peraltro frequentissima), rivela che ancora nel 1745 le risorse
dell’incisore erano estremamente modeste.
Se il catartico fiscale sopra ricordato,
datato 1° maggio 1745, aveva individuato il Brustolon in calle di Ca’ Priuli a
S. Felice, il successivo “ruolo”, datato 19 agosto dello stesso anno, lo
registrava nella contigua contrada di S. Sofia, in calle delle Zotte (oggi
calle dei Zotti), dove evidentemente l’incisore si era trasferito nel
frattempo. I documenti fiscali di cui si tratta miravano a censire i capi famiglia
di ogni parrocchia in funzione della cosiddetta tansa ferali (una tassa
destinata a finanziare l’illuminazione stradale cittadina [ferali=fanali]),
dopo di che venivano iscritti a ruolo i tributi individuali, commisurati al
rango economico di ciascuno, che andavano da un minimo di 2 ad un massimo di 8
lire venete. Non è un caso che in questa fase della sua vita il Brustolon fosse
tassato al minimo:
[S. Sofia] Calle delle Zotte – Zuanne
Brustolon, intagliador in rame – L 2. [11]
Concludo accennando alle frequentazioni ed
alle amicizie dell’incisore, che emergono dai nuovi documenti qui presentati.
E’ curioso che nessuno di essi menzioni mai Crescenzio Ricci, colui che,
secondo il Moschini, gli sarebbe stato unito da un legame tale «cui non poté
disciogliere che la morte», e neppure il Wagner, alla cui scuola, sempre
stando al Moschini, il Brustolon sarebbe stato allevato.
In compenso è emersa a tutto tondo la
figura, finora poco nota, del tipografo Guglielmo Zerletti, presso il quale il
quindicenne Brustolon aveva trovato sistemazione e fatto un lungo apprendistato
fin «dal primo dì» del suo arrivo a Venezia; una sistemazione ed un
apprendistato, poi magari una collaborazione, che essendosi protratta per
almeno un decennio, si può immaginare abbiano influito sulla formazione
professionale del giovane incisore.
Dall’atto battesimale del figlio di
Brustolon prende invece corpo un collega, e sicuramente un amico: l’incisore
Pietro Monaco. Più vecchio di Giambattista di una decina d’anni, ma come lui
bellunese, anzi di famiglia zoldana, e come lui emigrato a Venezia, dove era
giunto appena un anno prima del nostro, non si può escludere che proprio Pietro
Monaco possa aver avuto un ruolo nel far migrare in laguna il più giovane
conterraneo. E’ un’ipotesi, naturalmente, ma un’ipotesi attraente.
Aggiungo infine che quando Brustolon abitava
a S. Felice aveva come vicina di casa un’altra buona conoscenza degli studiosi
dell’incisione settecentesca, Angela Baroni, che viveva sola in contrada, non
essendosi maritata, e precisamente in Calle di Ca’ Pappafava. Non è improbabile
che i due si conoscessero, data la comunanza della professione e quindi
dell’ambiente di lavoro.
***
Dont è ancor oggi un piccolo paese, tagliato
da una strada, ed ancor oggi è solo “frazione” del Comune di Forno di Zoldo. Si
può immaginare che nei secoli passati fosse un insieme di poche casupole,
abitate da povera gente, che conduceva una vita dura e che, quando poteva,
cercava di emigrare. Nonostante ciò, Dont ha dato i natali a due personaggi di
rilievo: Andrea Brustolon (1662-1732), il grande scultore in legno, [12]
e – ora lo sappiamo – l’incisore Giambattista Brustolon, omonimo ma non parente
del primo.
La strada centrale del paese è dedicata, ed
è ovvio, ad Andrea Brustolon, che dà il nome anche all’albergo, «Brustolon»
appunto, ove si trova il posto telefonico pubblico. Spero ora che Dont,
orgogliosa di entrambi i suoi figli, vorrà ricordare in qualche modo anche
Giambattista, che in certo qual modo è come se fosse tornato alla sua casa.
[1]
G.A. MOSCHINI, Dell’incisione in Venezia, ultimato attorno al 1835 e
pubblicato a cura della Regia Accademia di Belle Arti di Venezia, Zanetti
Editore, 1924, p. 144.
[2] L. ALPAGO NOVELLO, Gli incisori bellunesi, «Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti», XCIC, p.te II, 1939-40, pp. 557-559 (pp. 471-716).
[3]
Su questo nome, si veda però il testo n. 1, relativo ad Andrea Brustolon., dove
esso compare ed è spiegato come contrazione certa di Giovan Battista. N.d.R.
[4] Da
Carlevarijs ai Tiepolo. Incisori veneti e friulani del Settecento, a c. di
D. Succi, cat. della mostra, Venezia, 1983, p. 81.
[5] Venezia, Archivio Storico Patriarcale, Matrimoniorum, 1742, c. 493.
[6]
M. INFELISE, L’editoria veneziana nel ‘700, Milano, Franco Angeli, 1989,
pp. 49, 199-200, 280, 292.
[7]
Personalmente non sono convinto che avvenisse questo, visto l’enorme importanza
che si dava al battesimo. Assai difficili da sostenere mi sembrano pure le
considerazioni seguenti sul nome del padre. NdR.
[8] Ibidem, p. 197 (l’atto in questione è del 7 dicembre 1716).
[9]
Venezia, Archivio di Stato, Provveditori alle Pompe, sestiere di
Cannaregio, S. Felice, b. 14.
[10] Venezia, Parrocchia di S. Felice, Battesimi dalli 23 gennaro 1724 a N.D. fino li 15 agosto 1752, p. 112t.
[11]
Venezia, Archivio di Stato, Provveditori alle Pompe, sestiere
Cannaregio, S. Sofia, b. 14. Un consimile documento del 1748 conferma la
presenza di Zuanne Brustolon scultor in contrada di S. Sofia, sempre in
calle delle Zotte (idem, b. 17).
[12] Cosa dimostrata non vera dallo studio di Romano Gamba, ripubblicato come testo n. 1.