Approfondimenti

 

L’intervento della Merlin fu pubblicato su «L’Unità» in tre articoli:

E’ arrivato da Forno di Zoldo un regalino per i poveri miliardari della S.A.D.E. (7 marzo 1956, p. 4), Uno spettacolo d’illusionismo al Consiglio comunale di Zoldo (8 marzo 1956, p. 4),

Gli zoldani attendono che sia loro resa giustizia (10 marzo 1956, p. 4)

 

Tina Merlin

 

Beni collettivi e diga di Pontesei

 

Tempo fa l’Amministrazione comunale di Forno di Zoldo vendeva alla SADE, che aveva in corso lavori nella zona e che aveva ottenuto la concessione di costruire un serbatoio d’acqua in località Pontesei di Forno, alcuni appezzamenti di terreno di uso civico, adibiti a pascolo e a bosco, di proprietà delle frazioni del Comune, in base a una convenzione stipulata ancora nel 1868 fra le Regole frazionali e la popolazione. Detti beni, che furono sempre tramandati di generazione in generazione e sempre riconosciuti di proprietà delle frazioni, vennero poi amministrati dal Comune, che aveva soltanto la facoltà tutoria di essi, fermo restando il principio della proprietà collettiva dei frazionisti che, soli, in base appunto alla convenzione del 1868, avevano facoltà deliberante sul loro uso e sul modo di mantenere o alienare tali proprietà collettive.

L’Amministrazione comunale, vendendo per proprio conto e all’insaputa dei proprietari – cioè le frazioni – i beni suddetti, stipulava un atto illegale, impugnabile perciò dai reali proprietari, che potrebbero invalidare il documento di compra-vendita firmato fra la SADE e il Comune.

Ma l’aspetto ancora più deplorevole della faccenda, e che ha fatto sorgere dei gravi dubbi fra la popolazione nei confronti dell’operato degli amministratori comunali, è l’esiguità del prezzo al quale i beni di uso civico sono stati venduti.

Qualsiasi persona di buon senso non può non restare perplessa dalla cifra. In cambio di 41 ettari di terre, la SADE ha versato 4 milioni di lire, pari alla strabiliante cifra di 11 lire e 77 centesimi al metro quadrato. O, meglio, il Comune ha preteso tale cifra dalla SADE, non aspettando neppure che la società elettrica, come fa qualsiasi compratore, facesse per prima l’offerta. C’è veramente di che restare stupiti, tanto più che la stessa SADE ha pagato gli espropri di terreni ad altri privati della zona ad un prezzo molto maggiore, e cioè 50 lire al metro quadrato.

E c’è ancora di più: il Comune aveva nominato un tecnico di parte affinché realizzasse una perizia in base alla quale risultassero i danni che l’esproprio dei beni arrecava alle frazioni, per poter chiedere l’adeguata contropartita alla società elettrica. Ora risulta che la perizia ha tralasciato di valutare alcune importanti questioni che avrebbero avuto notevole peso per una superiore richiesta di risarcimento nei confronti della SADE; malgrado ciò, il Consiglio comunale al completo approvava a suo tempo, alla unanimità, la vendita dei beni a 11 lire il metro quadro, «dato il prezzo vantaggioso».

Oltre, quindi, all’illegalità dell’atto, si aggiunge ancora l’incapacità assoluta dei preposti alla cosa pubblica di Forno di Zoldo a tutelare gli interessi degli amministrati. E questo è quanto di meno si possa dire di loro, sindaco, vicesindaco, Giunta e Consiglio tutto, anche se la popolazione zoldana ha espresso un giudizio molto più severo nei loro confronti, definendoli amici della società elettrica.

Dopo ripetute richieste da parte dei frazionisti di Forno di Zoldo, proprietari degli appezzamenti di terreno venduti dal Comune alla SADE, i quali avevano costituito un comitato di difesa dei loro interessi, il sindaco Favretti è stato costretto a convocare il Consiglio comunale in seduta straordinaria, con la partecipazione del comitato stesso e di tutti i capi frazione. Esso è stato tenuto con all’ordine del giorno la questione degli espropri.

Un «allegro squadrone» veramente quel Consiglio comunale, peccato che il capo squadra – pardon – il sindaco, avesse accusato un malessere proprio in quel giorno e fosse quindi mancato alla seduta. Mancando il sindaco, lo sostituì nella difficile bisogna il segretario comunale, il quale, non essendo eletto dalla popolazione, poteva benissimo esporsi alle critiche del pubblico. Lui era il factotum; il Consiglio comunale si svolgeva sotto la sua presidenza; egli rispondeva, interrogava; leggeva circolari con l’aspetto di comandante bonario, anche se, a lato, sedeva il vice-sindaco Zammatteo, le cui alte funzioni si limitavano all’emissione, fra i denti, di acuti fischi per richiamare al silenzio i presenti in aula.

Cosa si può aspettare la popolazione zoldana da una Amministrazione comunale così poco responsabile? Inutilmente il compagno Costantin, delegato a parlare dal comitato di difesa per gli espropri, ha ripetutamente posto i consiglieri di fronte alle loro responsabilità. Essi, pur assentendo con ripetuti cenni del capo a tutte le ragioni da lui esposte, non hanno, peraltro, neppure tentato di giustificare l’illegalità del loro operato, lasciando che le critiche ricadessero come schiaccianti accuse sul loro capo.

Il documentato intervento del compagno Costantin è stata la cronistoria dell’azione svolta dalle due frazioni maggiormente colpite dagli espropri – Campo e Sommariva – intrapresa non appena la popolazione ebbe sentore, per via indiretta, delle manovre del Comune ai suoi danni. Essa risale ancora al gennaio del 1954, quando i capi frazione si recarono in Municipio per avere notizie precise in merito alla ventilata vendita dei terreni. La loro missione non approdò a nulla, perché il Comune non volle rendere conto del suo operato. Nell’agosto dello stesso anno, nuovamente i capi frazione si recarono a chiedere la sospensione della vendita, da parte del Comune, di tutto il legname che lo stesso aveva fatto tagliare dal terreno esposto all’esproprio, ma ancora ricevettero risposta negativa.

Nello stesso mese, da parte delle frazioni, veniva inoltrata un’istanza con la quale si chiedeva il diritto di attraversamento del locale lago artificiale, con corde a sbalzo, ancoraggio sulle sponde e passaggio con natanti forniti dalla SADE, e un’altra ancora, per sapere come le popolazioni sarebbero state ricompensate dalla perdita dei diritti di uso civico, venuti a mancare per la vendita del terreno e del legname da esso ricavato. A tutte e due le istanze il Comune non si degnò neppure di rispondere.

Nel gennaio del ’55 i frazionisti nominarono una commissione, che chiese e ottenne una riunione della Giunta comunale. Nel corso della riunione essa fece subito presente al sindaco l’illegalità della vendita, data la assoluta assenza alle trattative delle frazioni interessate, e ciò in base alla famosa convenzione del 1868 sugli usi civici. Innumerevoli altre istanze furono rivolte al Comune, fra cui una petizione firmata da tutti i capi famiglia, denunciante per iscritto l’illegalità della vendita, e un’eguale petizione, quando si venne a conoscenza del prezzo con il quale il terreno era stato venduto e nella quale si chiedeva al Comune di ricuperare, nei confronti della SADE, la perdita subita.

Non è vero quindi che gli amministratori comunali fossero all’oscuro dell’esistenza della convenzione e avessero condotto le trattative con la SADE in buona fede. Al contrario, essi le hanno condotte per proprio conto, sapendo che non potevano farlo e sapendo altresì che avrebbero con ciò lesi gli interessi della popolazione. In un secondo tempo, vistisi scoperti, hanno tentato di giocare la carta dell’introvabilità negli archivi comunali della convenzione del 1868, mettendo addirittura in dubbio la sua esistenza e i diritti, quindi, di cui le frazioni avevano sempre goduto.

Anche nel corso del Consiglio comunale il segretario insisteva nel dire che il documento era introvabile. Ma il compagno Costantin sventolò allora, sotto il naso dei consiglieri, un manifesto comunale del 1947, firmato dall’allora sindaco De Pellegrin, ora consigliere, nel quale si citava la predetta convenzione con tanto di date e numeri, dimostrando così la sua esistenza. All’ex-sindaco, presente in aula, non restò quindi che confermare quanto aveva sottoscritto un tempo.

Caduto anche l’ultimo cavillo al quale l’Amministrazione comunale si era aggrappata per non riconoscere, o quanto meno sminuire, il diritto delle frazioni, il Consiglio è stato costretto a nominare una commissione comunale con l’incarico di trattare con le commissioni dei frazionisti, per sentire le loro richieste in merito al risarcimento dei danni subiti.

Con ciò si è venuto chiaramente a confermare i lesi diritti della popolazione i cui rappresentanti, non è da escludersi, si batteranno fino alla fine contro l’illegalità dell’atto firmato dal Comune a scapito dei loro interessi.

Abbiamo visto, nei due precedenti articoli, come il Comune di Forno di Zoldo abbia stipulato un atto illegale con la SADE, vendendo a questa delle proprietà altrui, e come i reali proprietari, gli abitanti delle frazioni, richiedono che venga fatta giustizia nei loro confronti rivendicando, oltreché la legittima proprietà dei beni, un risarcimento dei danni subiti.

Vediamo ora in che cosa consistono detti beni, e cosa è venuta a perdere la popolazione con gli espropri dei terreni, pagati dalla SADE a lire 11,77 al metro quadrato.

Due sono le frazioni maggiormente colpite: Campo e Sommariva. Ma altre tre località, Cella, Calchera e Casal, vengono a risentire della situazione, o perché hanno avuto subito l’esproprio dei terreni di uso civico, o perché, inoltre, i lavori tuttora in corso da parte della società elettrica pregiudicano o pregiudicheranno per sempre, a lavori ultimati, gli interessi quotidiani delle popolazioni.

Infatti, con l’invaso di Pontesei, sono scomparsi i boschi e i pascoli dai quali la popolazione ricavava un notevole utile. Il bestiame, nella bella stagione, veniva alloggiato in una malga costruita dagli stessi frazionisti e mantenuta collettivamente. Ora i pascoli sono stati sommersi e la malga è divenuta inutilizzabile. Essa, fra l’altro, non è stata nemmeno valutata fra i danni, in quanto risulta intatta, anche se l’acqua arriva fin quasi alla soglia. La SADE ha inoltre chiuso tutti i passaggi verso le altre zone di pascolo e il Comune non si è neppure preoccupato di far presente la situazione alla società, per cui il danno risulta doppio per la popolazione, rimasta senza sentieri d’accesso alla montagna, sia per i pascoli, sia per il trasporto a valle del fieno e della legna raccolta in alta montagna. Essa quindi reclama nuovi pascoli e nuovi passaggi, mezzi di transito sul lago artificiale e punti d’appoggio su cui ancorare i fili a sbalzo e le teleferiche per il trasporto dei materiali.

Ciò di cui abbiamo parlato non è che una parte dei danni che la popolazione viene a subire, perché un’altra grande perdita è rappresentata dalla legna che i frazionisti ricavavano dai terreni venduti.

Questo argomento ha bisogno di essere trattato più a lungo,risalendo perciò ancora al tempo della convenzione, al 1868, per dimostrare come il Comune, in questi ultimi tempi, abbia sempre svolto una politica antisociale e contraria, oltreché agli interessi di singoli cittadini, pure a quelli di tutto il Comune nel suo insieme.

Al tempo della convenzione, i frazionisti proprietari di terreni di uso civico, usufruivano di tutto ciò che i terreni stessi producevano, comprese le piante di alto fusto, assegnate a ciascuno secondo il proprio fabbisogno. Esse vennero passate al Comune, quale tutore, all’atto della stessa convenzione, in quanto legname commerciale che doveva servire per coprire le spese di sorveglianza e manutenzione, riservandosi però i singoli frazionisti, il diritto di fabbisogno di cui godevano gratuitamente. Più tardi, aumentando leggermente di anno in anno queste spese, l’Amministrazione comunale è arrivata in questi ultimi tempi a far pagare ai frazionisti il legname quasi a prezzo commerciale. Cosicché, ora, gli aventi diritto che abbisognano di quantitativi di legname per la propria casa – per costruirla o ammodernarla – sono costretti a comperare il materiale legnoso dal Comune, anziché usare il vecchio sistema di prelievo diretto dal bosco. Si può ben  immaginare come la spesa risulti maggiore per l’acquirente e il guadagno del Comune minore, in quanto parte di esso se ne va in spese di manovalanza e trasporto. Adesso, poi, il Comune ha deciso di non assegnare più di dieci metri cubi di legname ad ogni richiedente o, per di più, una volta sola ogni dieci anni, violando così le vecchie istituzioni e la stessa convenzione.

In questa maniera il Comune non solo non difende gli interessi dei frazionisti, ma non aiuta neppure lo sviluppo economico e turistico di tutta la zona, che potrebbe godere di maggiore prosperità se i cittadini di buona volontà incontrassero l’appoggio dei preposti all’amministrazione della cosa pubblica, nell’intento di trasformare ad uso turistico le abitazioni del Comune. Fornendo loro quelle agevolazioni – in questo caso il legname da costruzione (come le Regole del Comelico danno legname e soldi per lo sviluppo del turismo) – a un prezzo modesto e il quantitativo necessario per tutti i lavori di costruzione, atti a far divenire il Comune un centro turistico di notevole importanza.

Ne trarrebbero vantaggio tutti, dai proprietari di piccoli appartamenti ai commercianti, agli artigiani, e di riflesso tutta la popolazione, ora, in buona parte, costretta ad emigrare ed a vivere di quel poco che la montagna rende, strappando ad essa gli scarsi frutti con innumerevoli fatiche ed uguali sacrifici. Frutti più che mai poveri specialmente ora, che gli espropri della SADE hanno tolto alle popolazioni di Forno di Zoldo, a causa dell’irresponsabilità degli attuali amministratori comunali, molto di quel poco che già possedevano, contribuendo perciò a rendere ancora più disagiate le loro condizioni di vita.