Approfondimenti
Articolo
tratto da: «Il Gazzettino», 20 febbraio 2006, pp. 1 e 11
Alessandra Graziottin
I
belli trovano le porte aperte
Cesare Lombroso, se esiste un aldilà, si sta
godendo uno di quei momenti di trionfo che valgono una seconda vit. Psichiatra,
antropologo e criminologo, nacque a Verona, nel 1835, da agiata famiglia
ebraica. Medico accurato e attentissimo a cogliere segni e sintomi che
sfuggivano ai più, fu il padre dell’antropologia criminale.
Fu il primo cioè a sostenere e documentare
come esista una relazione tra bruttezza, con particolari caratteristiche
anatomiche del volto e del cranio, e vulnerabilità alla delinquenza. Sostenendo
come vi sia addirittura una componente innata, oltre che acquisita, nella
vulnerabilità al diventare criminali.
Furiosamente criticata, specie post
mortem, in particolare negli anni Sessanta, che vedevano nella delinquenza
la colpa di soli condizionamenti negativi sociali, la tesi del nostro Lombroso
sta riavendo una seconda primavera. Un recentissimo studio americano, su 15.000
studenti universitari, ha dimostrato come la componente estetica, specie del
volto, sia un fattore predittivo indipendente di successo nella vita, o di
fallimento sul fronte «perbene» e di vulnerabilità a comportamenti devianti, fino
alla franca criminalità.
In positivo, l’essere belli, o più belli
della media, costituisce un indubbio dono del destino: fin da piccolo, il
bambino bello cattura spontaneamente più baci, abbracci, carezze e complimenti,
rispetto a un bambino meno esteticamente fortunato.
Altri studi documentano come a parità di
Quoziente Intellettivo (QI), gli insegnanti ritengano più intelligenti gli
allievi belli, e li gratifichino con voti più alti. Nel lavoro, ahinoi, un
altro studio americano ci dice che una donna bella, a parità di mansioni,
guadagna in media il dieci per cento in più rispetto a una di moderata grazia e
che quest’ultima, comunque, ha in busta paga fino al trenta per cento in più
rispetto alla brutta. L’anatomia o, meglio, la fisionomia, contiene dunque un
destino. Così la vedeva Lombroso. E così sembrano confermare i dati più
recenti, che ci vengono dal mondo professionale: il mercato premia, e non solo
al femminile, chi abbia quel talento speciale in più che si chiama bellezza, o
almeno fascino.
Che l’interesse per le opere di Lombroso non
sia riemerso solo con questi ultimissimi studi, d’altra parte, ma sia
continuato in tutto il Novecento e ai giorni nostri, lo dimostra la vivacità di
citazioni sul suo nome presente, per esempio su Google: ben 120.000…
Questo medico curioso della vita e
dell’umanità ebbe anche il rigore di documentare le sue intuizioni sulle
relazioni tra fisionomia e vulnerabilità alla delinquenza con rigorosi studi
anatomici. Ma scrisse anche pagine memorabili sul rapporto tra anatomia e genialità.
Scienziato fino all’ultimo, quando morì, nel 1909, chiese al genero, diventato
nel frattempo suo assistente, di fargli l’autopsia, cerebrale inclusa, per
documentare ogni caratteristica anche del suo cervello, oltre che di quello di
centinaia di malati psichiatrici e delinquenti che aveva esaminato
nell’esercizio della sua professione. Quasi a dire che l’obiettività dello
scienziato non deve avere eccezioni di studio, nemmeno su se stesso.
Esiste una plausibilità nel rapporto tra
bruttezza e vulnerabilità all’emarginazione sociale fino alla criminalità?
Forse sì. Soprattutto se la bruttezza, o la non bellezza, si associa a
condizioni socioeconomiche disagiate. Il bambino e l’adolescente non
esteticamente dotati, se benestanti, potranno sempre contare sulla possibilità
di coltivare altri talenti: intellettuali, sportivi, musicali. E quello che non
hanno dalla bellezza potranno ottenerlo dalla classe, dall’educazione, dallo
stile, dal fascino, che è spesso un misterioso intreccio tra doti intellettuali
ed emotive e caratteristiche fisiche, non necessariamente perfette. Oggi più di
ieri potranno anche ricorrere al chirurgo, per rimediare un naso non proprio
greco, uno strabismo congenito, un mento eccessivo o le orecchie da Dumbo. Con
lo sport o la danza daranno al corpo quella bellezza che potrà aiutare anche il
volto.
Chi invece nasce in un contesto degradato,
se in più è anche brutto, ha poche chances di riscatto. E gli/le sarà più
facile aderire ad un’identità negativa, in cui l’autostima si costruisce
sull’essere capace comunque di farsi rispettare nel gruppo degli emarginati, o
di quelli che abitano il lato oscuro della società, fino a raggiungere una
posizione prominente in quell’ambito. Ed è tra i brutti che si trova il gruppo
più ampio di coloro, uomini e donne, che, rifiutati dal mondo che ama i belli,
ma impossibilitati o incapaci di coltivare altri talenti, si arrendono
all’autodistruzione con alcool e droghe, con la prostituzione o con la
delinquenza di sopravvivenza.
C’è un’eccezione al destino segnato dalla
fisionomia? Sì: e con una grande responsabilità da parte di genitori,
educatori, insegnanti. Un bambino amato si sente più bello di uno non amato. Un
bambino coccolato sente in un gesto di tenerezza una gratificazione enorme anche
sulla percezione del suo valore. Noi adulti dovremmo essere più generosi di
complimenti, di tenerezze, di uno sguardo luminoso e gratificante, proprio con
i bimbi meno belli. Dovremmo apprezzare ancora di più i loro sforzi per fare
bene, per imparare meglio, per essere gratificati nelle loro abilità.
E dovremmo prendere sul serio i loro
«complessi», i loro sentimenti di inferiorità, anche sul fronte estetico:
soprattutto oggi, in una società dell’immagine che è feroce verso chi non sia
esteticamente dotato. Un adolescente preso sul serio e curato per un’acne che
lo fa sentire diverso da tutti gli altri, recupera fiducia e autostima e crede
di più al proprio valore, a scuola e fuori. Il bambino non bello, ma con un
talento istintivo per lo sport, quella che chiamiamo intelligenza motoria,
potrà avere una vita di soddisfazioni e una gratificante immagine di sé, se lo
incoraggiamo a coltivare il suo talento migliore, invece di basarci solo sulla
sua capacità di risultato scolastico.
Sta a noi adulti non fare della bellezza di
un bambino l’unico parametro su cui fondare il suo destino.