Approfondimenti

 

Si tratta del testo, di difficile reperimento,  della relazione, ampliata, pronunciata dall’autore

al «Convegno regionale veneto per il miglioramento della economia montana», tenutosi a

Belluno il 7-8 settembre 1946 e pubblicato, sempre nel 1946, dalla Tipografia Giuntina,

in ventiquattro pagine.

 

Giovanni Doriguzzi

 

La proprietà regoliera nel Cadore.

Aspetti sociali, economici e tecnici

 

Una vasta letteratura, appartenente a tutte le scuole, non esclusa quella Sovietica, riconosce alla proprietà collettiva un alto valore sociale. Chi pertanto si soffermi a penetrare lo spirito ed i vantaggi della proprietà regoliera resterà ammirato degli effetti politici economici e morali che tale forma di godimento ha sulle popolazioni della montagna.

Particolarmente, in relazione alla conservazione dei beni in generale ed al loro miglioramento, essa presenta, per dirla con il Valenti, i vantaggi della proprietà demaniale senza averne i difetti, facendo partecipare alla produzione interi gruppi familiari e tenendo ad assicurare mediante la perpetuità del godimento il loro permanente benessere.

Per l’influenza dello spirito di famiglia, che l’ordinamento regoliere conserva e promuove, educa alla solidarietà ed al lavoro, alla coscienza dei propri diritti, non egoistici, ma sempre intesi in relazione ed in funzione dei gruppi gentilizi degli originari che rappresentano la totalità della popolazione rurale del Cadore.

Le Regole, per il loro carattere storico e la loro struttura, preparano i regolieri alla pratica del governo locale e delle libertà pubbliche; nel loro insieme costituiscono un potente elemento di stabilità e di organizzazione collettiva precedendo, da molti secoli, le moderne vedute sul collettivismo agrario e la socializzazione delle terre.

Non parrà quindi ardito domandare la conservazione di questi istituti antichissimi che, attraverso la famiglia, avversano l’individualismo automatizzatore della società e ricordare che la proprietà regoliera Cadorina realizza una forma superiore di proprietà fondiaria che ha motivi prevalentemente economici e -  come dice I. Bonomi ne «Le nuove vie del socialismo» Roma 1944 – non è affatto un fossile in mezzo alle forme nuove della economia: al contrario, rappresenta una forma adeguata ai bisogni delle varie economie familiari, perciò la proprietà comune regoliera non può essere distrutta dalla evoluzione capitalistica, perché ha una propria ragione di essere, una funzione assolutamente necessaria.

 

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Allmenden e Regole

 

Le Regole di Cadore (da Riegl = Direzione) trovano una analoga e antichissima istituzione nelle Allmenden della Svizzera (Allmenden = La proprietà di tutti).

De La Veleyé, in una interessante pubblicazione su «La propriété et ses formes primitives», ne fa un quadro politico-economico così avvincente che merita di essere riassunto e che si impone ad un esame comparativo fra Allmenden e Regole.

Nei primitivi Cantoni della Svizzera le istituzioni, le più democratiche che si possono concepire, assicurano alle popolazioni che ne beneficiano, fin dai tempi più remoti: la libertà, l’uguaglianza, l’ordine e il benessere. Questa fortuna, invero eccezionale, è dovuta alla conservazione delle antiche istituzioni comunali, compresa la proprietà collettiva (proprietà regoliera).

Il Comune moderno, prodotto della rivoluzione francese, che ha dato della nazione e dell’individuo un concetto astratto, avendo perduta tutta la autonomia locale, non è che un meccanismo amministrativo obbediente al potere centrale. La proprietà comunale è stata press’a poco da per tutto o venduta, o ridotta, o depauperata in modo tale che i cittadini, non possono trovare una porzione di terra comune ove poter esercitare la loro attività e soddisfare i loro bisogni.

All’uomo, che è un essere socievole, si sono tolte, distrutte, o indebolite le istituzioni dove la sociabilità prendeva corpo e dava anche una solida base allo Stato.

La religione, questo potente legame delle anime, ha perduto la maggior parte delle sue azioni fraterne e la famiglia, fortemente scossa alle sue basi, non è quasi più che una organizzazione successoria. Si tenta ora di colmare questi vuoti paurosi fondando associazioni, cooperative, ecc., che spesso non sono che strumenti di lotta contro il capitale, privi, fra l’altro, di sentimenti fraterni e di tradizioni.

E’ necessario, ma non facile, che alla base di queste istituzioni e delle leggi, ci sia una giustizia sociale e distributiva e che negli animi di tutti penetri un senso umano e ugualitario di natura evangelica.

Vi sono però dei paesi ove la democrazia, la più radicale, si è mantenuta attraverso i secoli e ove la libertà, la più completa, ha regnato senza abbrutirsi nelle guerre sociali e nelle lotte di classe. Questi sono i Cantoni federali della Svizzera, ove esiste tuttora una grande eguaglianza di condizioni, dovuta al mantenimento dell’autonomia comunale e al rispetto della forma primitiva della proprietà collettiva, che, essendo conforme al diritto naturale, ha permesso alla vera democrazia di durare.

Da noi i politici hanno lavorato per ridurre la prima e gli economisti ed i demanialisti per fare sparire la seconda.

Cosa degna di rilievo: queste istituzioni sono state quelle di tutti i popoli all’origine, ma quasi ovunque sono state annientate o profondamente modificate col tempo.

In Europa la proprietà collettiva si è conservata solamente in Russia, quantunque dal secolo XVI in poi l’aristocrazia si sia appropriata di una parte delle terre, riducendo gli uomini in schiavitù.

In Francia il feudalismo l’aveva depressa e la rivoluzione l’ha annientata.

In Germania è stata mutilata dall’aristocrazia e dall’accentramento amministrativo.

In Inghilterra il comune rurale è stato divorato dal maniero, al punto che non è rimasta che la parrocchia evangelica o anglicana.

In Italia il demanialismo tenta di soffocarla.

Da queste diverse forme di annientamento e di sopraffazione ne è derivato l’abbassamento morale delle classi lavoratrici e conseguentemente un seguito di rivolte e di lotte di classe.

Nei Cantoni federali di Uri, di Glaris, di Appenzell, di Unterwalden, ecc., ecc., il popolo si governa da solo, direttamente, senza l’intervento di nessun corpo rappresentativo. In primavera i cittadini si riuniscono in un’unica assemblea all’aperto, per votare le leggi e nominare i funzionari incaricati della loro esecuzione. E’ l’antico campo di maggio dei Tedeschi e non è niente di diverso dalla fabula o faula cadorina.

Altra analogia sorprendente con la Comunità Cadorina è la Landsgemainde, grande comune cantonale, risultante dalla assemblea generale dei minori comuni autonomi. Questo Self-governement risale ai tempi più remoti e si è trasmesso senza interruzioni fino ai giorni nostri. Da noi, la rivoluzione francese e Napoleone, hanno distrutto la Comunità di Cadore e le Regole, istituendo nel 1802 il comune; la comunità è risorta mutilata l’11 ottobre 1875, ma le Regole di fatto sono sopravissute e operano tuttora.

Ecco in Svizzera un esempio di governo completamente libero e democratico ove il popolo ha esordito, a somiglianza del popolo Cadorino, partendo da istituzioni squisitamente repubblicane.

Madame di Stael aveva ragione quando affermava che la libertà è antica e il dispotismo è recente.

Il governo diretto ha potuto durare nei Cantoni, anzitutto perché il territorio è piccolo e poi perché l’opera legislativa è ridotta a poca cosa. La maggior parte degli affari vengono regolati in comune. La via è molto semplice, come semplici sono gli animi di tutti i montanari; l’uso esercita ancora un grande imperio. I Cantoni sono in tal modo sfuggiti al flagello dell’abuso del parlamentarismo, abuso che irrita e affatica gli Stati a regime rappresentativo. Un paese civile come la Svizzera non sopporterebbe facilmente un regime che, ad ogni elezione generale e ad ogni rinnovo del potere esecutivo, rimettesse in discussione tutta la organizzazione politica e sociale; se si vuole che tutti gli organi della sovranità nazionale siano elettivi, bisogna necessariamente limitare la loro competenza e costringere le attribuzioni del potere centrale.

I Comuni della Svizzera godono di una autonomia quasi completa. Essi compilano non solo i loro regolamenti, ma anche la loro costituzione, in quanto essa non contrasti con le leggi dello Stato. Amministrano in modo indipendente tutto ciò che concerne la scuola, la chiesa, la polizia, la viabilità, le cure dei poveri; nominano liberamente tutti i loro funzionari, fissano i tributi locali. Lo Stato non interviene nella amministrazione della cosa comune che per difenderla dalle dilapidazioni e per impedire le violazioni delle leggi generali della confederazione.

Emerge qui evidente la identità di rapporti esistenti fra il Cadore e la repubblica di Venezia, che durarono fino al 1797.

Il rispetto delle antiche tradizioni è una delle forze della Svizzera. Esse hanno, sulle novità sperimentate ai nostri giorni, questo grande vantaggio: che datano da più di centinaia di anni, sono state sempre operanti, mantenute, completate e perfezionate per volontà interamente libera di coloro che ne apprezzavano i benefici; ciò porta a credere che esse sono conformi alle esigenze della natura umana, cioè al diritto naturale, che è anche il diritto Cadorino.

Le affinità fra le Allmenden e le Regole di Cadore sono tali che perfino nelle leggende vi sono dei punti di contatto. La leggenda del gallo di Auronzo, allorché si trattò si stabilire il contrastato confine con il Comune di Dobbiamo, si ripete nei Cantoni di Uri e di Glaris.

 

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Caratteri giuridici e vantaggi delle Allmenden

 

Secondo il prof. M. Andrea Heulser di Basilea, l’associazione degli usufruttuari forma un corpo giuridico. Essa è costituita dalla riunione dei diritti individuali associati in vista di un beneficio da realizzare, come lo sono le società commerciali. Il corpo in se stesso ha una esistenza propria ed uno scopo distinto che è la prosperità economica della Villa. Sussiste in se stesso, per il bene perpetuo della comunione e non per il vantaggio immediato e transitorio dei suoi membri. E’ così che ad essi è interdetto di vendere, dividere o diminuire la proprietà comune. Per alienare una parte del patrimonio e per accettare dei nuovi associati (regolieri) occorre la unanimità della assemblea. Queste comunità non sono delle accolte di individui che posseggono, ma sono delle corporazioni perpetue, che si conservano ininterrottamente nei secoli (il Pertile, del resto, ha definito le Regole una Corporazione di compartecipanti, niente di nuovo quindi per i regolieri del Cadore).

L’usufruttuario non ha una parte della proprietà fondiaria, egli ha solamente diritto ad una parte proporzionale del prodotto comune.

Il diritto di godimento non può né delegarsi, né cedersi: è un diritto strettamente personale, regolato da apposite norme (laudi delle Regole). Queste corporazioni di usufruttuari costituiscono delle vere repubbliche (Comunità di Cadore, associazione di dieci piccole Repubbliche) e la loro forma di governo merita di essere studiata attentamente perché essa può servire di modello nella organizzazione di un comune autonomo. La corporazione è retta da un Capo, nominato dall’Assemblea. Il potere esecutivo è nelle mani di sette membri. Questo consiglio regola lo sfruttamento dei boschi, la ripartizione dei tagli, i lotti delle terre (colonelli), rappresenta la corporazione in giudizio, fa eseguire i lavori ordinari (quelli importanti vengono deliberati dall’Assemblea), fissa le ammende e l’ammontare dei danni in caso di contravvenzioni ai regolamenti, dirime le vertenze (arbitraggio regoliere) e definisce, in caso di bisogno, il loro proseguimento all’autorità giudiziaria. Sono funzionari della corporazione: il segretario, il cassiere, il direttore dei lavori, il tecnico forestale, il revisore dei conti. L’amministrazione, come si vede, è completa; essa è al centro fra quella di un corpo politico e quella di una società anonima.

I vantaggi che offrono queste istituzioni sono così grandi che ad esse si attribuisce in gran parte la lunga e gloriosa durata della democrazia in Svizzera. Questi vantaggi, come si è visto, sono di natura politica ed economica insieme.

L’Allmenden, a differenza di ogni altra organizzazione della proprietà fondiaria, impedisce lo spopolamento della montagna. Colui che, nel suo comune, ha diritto di godere di una parte di pascolo, della foresta e del campo, non abbandonerà facilmente la sua terra, per cercare nelle città un salario più elevato, che non gli assicura, in pratica, una condizione migliore. La montagna ispira poi nell’uomo: la calma, la concordia, lo spirito dell’ordine e della tradizione; il godimento ripartito della proprietà collettiva è un potente legame fra i coltivatori diretti, piccoli proprietari, che possono sempre sopportare la disoccupazione senza ridursi agli estremi, come capita ai salariati, che dipendono per la loro sussistenza solamente dalla loro occupazione. Per l’usufruttuario ed il regoliere, la terra natale è veramente l’alma parens, la buona nutrice; egli ha la sua parte in virtù di un diritto personale, inalienabile, che nessuno gli può contestare e che gli usi secolari consacrano.

Non basta la eguaglianza dei diritti politici, per far vivere una democrazia; è indispensabile una eguaglianza di condizioni, per evitare guerre civili e dittature. Machiavelli espose queste verità nel modo più convincente: «In tutte le repubbliche, quando la lotta tra patrizi e plebei si conclude con la vittoria completa della democrazia, non resta che una opposizione, che non finisce che con la repubblica stessa, ed è quella tra quelli che possiedono e quelli che non possiedono, tra i ricchi ed i poveri».

Le Allmenden permettono di attribuire a tutti i regolieri il godimento della proprietà collettiva, impediscono che l’ineguaglianza, spinta all’eccesso, apra un abisso fra le classi superiori e quelle inferiori; la democrazia è operante, perché nessuno è troppo ricco e nessuno troppo povero. La proprietà non è minacciata, perché tutti possiedono qualche cosa.

Invece di parlare delle Allmenden della Svizzera, si è visto, avrei potuto benissimo intitolare questo capitolo «Le Regole di Cadore».

 

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Rapporti fra la proprietà coltivatrice ed i beni regolieri

 

Fra la proprietà silvo-pastorale delle Regole e la piccola proprietà coltivatrice i rapporti economici sono così stretti, la natura e la estensione dei diritti di godimento sono tanto preziosi alla vita dei montanari, che i beni comuni sono diventati indispensabili complementi della economia privata.

Le provvidenze a favore della popolazione di montagna in Comelico sono note, è bene però che io qui le ripeta, per fare intendere la loro misura e la loro portata; ritengo che tale forma di assistenza e di aiuto sia unica in tutte le Alpi, anche fra le analoghe forme di comunanze. Ciò sta ad indicare come il patrimonio collettivo sia una delle organizzazioni agrarie fra le più progredite e socialmente delle più solide.

In Comelico, infatti, accanto alla estesa proprietà degli enti collettivi, che occupa l’82 per cento della superficie territoriale, vive la piccola e piccolissima proprietà coltivatrice, con appena 5.134 ettari (18 per cento della superficie territoriale), così distribuita fra le diverse forme di coltura: prati ha. 3.318, boschi ha. 1.343, seminativi ha. 142.

I pascoli, gli incolti produttivi semplici e quelli a prevalente produzione legnosa o erbacea, sono interamente di proprietà delle Regole, ed hanno una estensione di ben 10.000 ettari.

La proprietà coltivatrice, è stato detto e ripetuto, rappresenta un grande strumento di conservazione sociale ed un potente mezzo per combattere l’urbanesimo; se non vi fosse stata la proprietà coltivatrice, non avremmo avuto agricoltura in montagna; io aggiungo che in Cadore non avremmo avuto agricoltura, se non ci fosse stata la proprietà collettiva.

Infatti, la Regola concede gratuitamente, per la costruzione della casa di abitazione e dei fienili, tutto il legname occorrente. Corrisponde dei sussidi di rifabbrico, in denaro, per ogni vano ed in rapporto al numero dei componenti la famiglia. Concede gratuitamente il legname necessario per la manutenzione sia ordinaria che straordinaria dei fabbricati urbani e rurali.

La Regola di Danta, ad esempio, nel 1895, di fronte al ripetersi di disastrosi incendi che avevano distrutto le Ville vicine, è venuta nella determinazione di demolire tutte le case vecchie di legno e di ricostruire le case in muratura. Dopo alcuni anni, con il taglio dei boschi, la Regola si è trovata nella possibilità di dare, gratuitamente, la casa ad ogni regoliere.

Le concessioni ordinarie di legname, per gli usi indicati, ammontano in Comelico a circa un decimo della intera produzione normale annua, ossia un metro cubo di legname da lavoro per ogni famiglia.

La costruzione di scuole, municipi, chiese, strade comunali, ponti, acquedotti, segherie, tutte le opere pubbliche che necessitano alla vita del montanaro vengono costruite a spese delle Regole, spesso senza nessun contributo statale e senza che il privato venga gravato di nuove imposte o tasse.

Nell’ultimo trentennio, poi, tutti i pascoli alpini sono stati dotati di moderni fabbricati, sia per il ricovero del bestiame che per la lavorazione dei prodotti; sono state inoltre enormemente migliorate le condizioni di abitabilità ed igieniche degli stabili destinati al personale addetto all’alpeggio.

Facendo un confronto, con le altre zone della provincia di Belluno ove le malghe sono di proprietà comunale o individuale, è evidente il contrasto. Nel quinquennio 1927-31 per ogni capo bovino normale in Comelico si pagava per la monticazione una tassa-erbe di lire 5; nel Feltrino l’affitto della malga gravava su ogni capo per almeno 50 lire.

Le malghe, così riordinate, vengono cedute in conduzione diretta ai regolieri e la monticazione è disciplinata da appositi regolamenti, che tengono conto delle antiche consuetudini.

Purtroppo, accanto a questa grandiosa opera intrapresa dagli Enti locali per il miglioramento delle condizioni di abitabilità delle malghe, non è seguita un’opera parallela e sistematica di miglioramento e di trasformazione dei pascoli. Ciò è dovuto generalmente alla ignoranza dei problemi ed alla mancanza di assistenza tecnica.

I prati e parte dei beni incolti di proprietà delle Regole sono stati divisi fra i diversi regolieri, favorendo i meno abbienti, sotto forma di colonelli. Il colonello (da: «colonizzare») non è mai di proprietà del regoliere, ma ritorna in seno alla Regola, per essere ridistribuito alla morte del capo-famiglia.

A tutti è poi nota la munifica, generosa assistenza scolastica, sanitaria e ospedaliera che le Regole prestano, non solo ai regolieri veri e propri, ma a tutti i cittadini residenti. I bisognevoli di cure ospedaliere, vengono ricoverati, se poveri, interamente a spese delle Regole, agli altri cittadini vengono concessi dei larghi sussidi. Libri, quaderni, refezione scolastica: tutto viene dato gratuitamente.

Si può affermare che non solo il Comelico ma tutto il Cadore è uno dei paesi alpini dei più progrediti, in fatto di opere pubbliche e di assistenza. Possiamo dire altrettanto dei paesi ove prevale la proprietà comunale? No, certamente.

I boschi di proprietà dei Comuni, demaniali o patrimoniali, sono riguardati soltanto come una cassa ove attingere i fondi necessari per sanare i bilanci, compilati in vista di una utilità generale, a favore di tutti i cittadini, e non come beni aventi la principale funzione di assicurare il benessere delle comunioni ereditarie montane e di integrare le modeste economie familiari dei coltivatori diretti.

Il dissesto delle finanze comunali, poi, come ha dimostrato il Sansone e come è facilmente controllabile, sono la causa prima del malgoverno delle proprietà comunali e della conseguente miseria in cui si trovano le popolazioni della montagna.

Il Cadore è un esempio raro, vorrei dire unico, per quanto riflette il volume dei rapporti economici fra beni collettivi e la piccola proprietà coltivatrice.

A questo punto è necessaria una precisazione, per prevenire la critica, riguardo alla titolarità della proprietà silvo-pastorale del Cadore. Il Comune Cadorino, per riflesso della legge napoleonica 25 novembre 1806, sebbene dichiarata inapplicabile al Cadore, assunse tuttavia, di fatto, in amministrazione i beni posseduti dalle Regole fino alla caduta della Repubblica di Venezia (1797). Con la sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma, nel 1942, tali beni sono stati dichiarati di proprietà delle Regole e assegnati, in separata amministrazione, alle frazioni.

Il Comune, nascendo, non ha fatto [altro] che riunire sotto un’unica amministrazione i beni di proprietà delle rispettive Regole, conservando però scrupolosamente tutti i diritti acquisiti dai regolieri. Mai il Comune, in 14 decenni di amministrazione, ha compiuto un atto contrario alla storia, alla tradizione, agli statuti di Cadore o ai laudi delle Regole.

Nella sostanza, il Comune si è bensì sostituito di fatto alle Regole, ma è rimasto ligio alla tradizione. Non solo, ma i sindaci e i consiglieri comunali, tutte le volte che i governi, succedutisi in Cadore, hanno tentato di modificare a favore della generalità degli abitanti l’ordinamento secolare, sono insorti vivacemente, per tutelare e difendere il patrimonio spirituale e materiale trasmessoci, attraverso enormi sacrifici, dalle generazioni passate (Vedasi, ad esempio, l’esposto del sindaco di Santo Stefano, Francesco Pellizzaroli, in data 4 gennaio 1812, al vice prefetto del Cadore contro il decreto 27 maggio 1811, art. 28, diritti di uso; e la importante deliberazione del Comune di Santo Stefano in data 24 maggio 1879, cui fecero seguito analoghe proteste degli altri Comuni del Comelico, avverso la legge forestale del 1877).

A Cortina d’Ampezzo i beni delle Regole non vennero mai attribuiti al Comune e i Ma righi, con decisione 18 luglio 1885 della Imperiale e regia Commissione per l’Affrancazione degli Oneri Fondiari, vennero autorizzati a rappresentare le Regole in giudizio, riconoscendone, in tal modo, la loro personalità giuridica. Il rispetto del Governo austriaco per la situazione cadorina risulta confermato anche dai decreti 11 giugno 1824 e 28 gennaio 1831, nonché da numerose circolari ai prefetti.

L’Amministrazione comunale di Cortina, d’intesa con i rappresentanti delle Regole, ha deliberato recentemente di passare i boschi in diretta gestione del Consorzio dei Regolieri; nella campagna elettorale in corso, per le elezioni amministrative, gli immigrati di Cortina hanno pubblicamente riconosciuto che i boschi ed i pascoli sono di proprietà collettiva e di pertinenza delle famiglie degli antichi originari.

In conclusione io mi domando: qual è il Consiglio comunale del Cadore disposto, anche oggi, ad adottare una deliberazione in contrasto con i regolamenti delle Regole (laudi)? Che io sappia, nessuno. E allora, se tutti i Cadorini sono d’accordo su questo punto fondamentale, chi può prendere delle iniziative avverse alla nostra causa – che mira al riconoscimento giuridico della Regola? A negare la «demanialità» dei beni silvo-pastorali , e al riconoscimento della proprietà collettiva ed ereditaria delle famiglie gentilizie cadorine? Non possono essere che coloro che hanno degli interessi inconfessabili da tutelare, delle posizioni da difendere, per scopi e ambizioni particolari; posizioni che vedono minacciate dalla costituzione di un ordine nuovo, vivo e operante.

Si tenta, ad arte o per ignoranza, di trasferire la questione su di un piano «di interessi contrastanti fra Comuni e Regole», in modo da creare delle divisioni fra Cadorini. E’ chiaro che il Comune ha delle funzioni politico-amminsitrative e le Regole degli scopi economici. Non vedo come uomini di buona volontà non possano trovare, nel contempo, in seno alla Comunità Cadorina, un ambiente adatto per conciliare questi rapporti, senza ferire l’autorità preminente del Comune, assicurandogli i mezzi per finanziare il bilancio generale.

Per rendersi conto della diversa posizione che occupano i beni collettivi in confronto dei beni comunali o patrimoniali degli Enti pubblici delle diverse vallate alpine, riporto i dati riguardanti le imposte e le sovrimposte sui terreni e sui fabbricati, riferentisi alle quote per abitante nell’anno 1935, dati che mi dispensano dal fare altre considerazioni:

 

                                                                Tasse                    Sovrimposte                                Totale

                                                                Comunali                     Terreni e Fabb.                     Lire       

 

Valla Gran San Bernardo – AO   11.90                                13.90                                     25.80

Valle di Challant – AO                        20.00                                     12.30                                     32.30

Valle di sarentino – BZ                             16.30                                  21.80                                     38.10

Alta Val Brembana – BG                     20.60                                     10.20                                     30.80

Val Punteria – BZ                                  20.50                                     15.30                                     35.80

Val di Sole – TN                                       7.50                   5.10                                       12.60

Val d’Astico – VI                                     9.50                     11.10                                     20.60

Val Setta e Savena – BO                           16.50              18.30                                    34.80

Prealpi Giulie – UD                              12.50                                  11.60                                     24.10

Conca dell’Alpago – BL                          16.50                                  8.60                                     25.10

Cadore – BL                                              7.30                   2.40                                         9.70

 

Da questa favorevole posizione del Cadore, rispetto alle altre vallate, ne traggono dei benefici anche i cosiddetti «forestieri» (professionisti, industriali, commercianti, albergatori, artigiani, ecc.), che non partecipano, nella grande maggioranza, alla vita rurale della contrada.

E già che siamo in tema di «forestieri» - [di] coloro cioè che non partecipano alla vita della Regola – apro una parentesi. Mi pare sia stato sufficientemente dimostrato, da un’ampia letteratura, che il rapporto agrario non si costituisce con i cives, ma con gli uomini di Cadore in quanto sono consorti e discendenti dal colono regoliere che, primo, apprese per laudo o per altro legittimo titolo le terre, dedicando ad esse il proprio lavoro e soprattutto assumendo le «fationi personali e reali» alle quali i non originari (che sono una assoluta minoranza di benestanti o professionisti) non hanno mai partecipato.

Senza rifarmi alla storia, lascio la parola al compianto Giuseppe Bettina, che nel 1840 scriveva in un indirizzo «Ai signori deputati del Comelico»: «La condizione infelice del Comelico fece intendere ai suoi abitanti che bisognava rivolgere l’attenzione alla propagazione del bosco resinoso di abete, che per fortuna vi alligna spontaneamente. Quindi fu cura dei solerti abitanti lo snudare, estirpare, distruggere i boschi di faggio, che coprivano un tempo la massima parte di queste vallate e che serviva all’uso unico di combustibile alle private famiglie, né davano alle Regole la minima utilità. Furono invece allevati e seminati gli abeti, che formano ora la principalissima ricchezza del paese. Così non fecero le altre regioni del basso Cadore; esse trovarono il loro tornaconto a dividere per famiglia i terreni dei rispettivi circondari, di tempo in tempo, ed a misura che andava crescendo la loro popolazione. Anche il Comelico, con eguale diritto, avrebbe potuto dividere e ridurre i suoi terreni boscati a coltivazione, ed ora li godrebbe in privato. Se i boschi oggidì sono floridi, mercé l’industria degli abitanti, e sono stati lasciati indivisi, per garantimento della loro conservazione, sarà mai possibile che le famiglie comproprietarie abbiano perduto il diritto di percepire, ora ed in appresso, ciò che hanno sempre goduto in passato?

«I debiti per fornitura di granaglie erano ingenti [1] e conveniva pagarli o assegnare tanti boschi a pagamento. Tale era l’ordine dell’Autorità prefettizia, così esigeva la giustizia. [2]

«La popolazione non esitò nella alternativa: si è deciso ad una sola voce di sottomettersi con il proprio ai lavori boschivi delle rispettive Regole, onde lasciare l’intero importo dei tagli straordinari per l’estinzione dei debiti. Parmi sentire ancora quei nostri popolani ripetere: «Venderemo prima i nostri campi che i nostri boschi». E la loro promessa fu mantenuta religiosamente, talché in quattro o otto anni ebbero il conforto di veder affrancati i loro boschi dall’ammasso di passività che li aggravava.

«La povera gente diede a conoscere, in quell’incontro, la fortezza d’animo caratteristica del Cadorino; ella si è offerta spontaneamente al sacrificio, con la mansuetudine e la rassegnazione di Isacco. Si vedeva il suo eroico patriottismo lottare contro tutti i segni della miseria. Le donne, i vecchi ed i fanciulli si pascevano di erbe e di latte, nei loro casolari, [3] mentre gli uomini atti al lavoro passavano intere settimane a sudare seminudi nei boschi…

Oh, quale commovente spettacolo presentavano mai dessi alla sera del sabato, vederli far ritorno lessi e contraffatti, come spettri ambulanti! Flebili voci, trovano più adatte al loro caso le lamentazioni di Geremia: “Acquam nostram pecunia bibimus; Ligna nostra pretio compravimus; Patres nostri peccaverunt et non sunt…”.

Oh, sì, o miseri! Voi digiunaste a lungo, per cancellare le colpe che non sono vostre e vi siete alimentati della sola speranza di godere un giorno il frutto dei vostri patimenti. Vedemmo dunque che la franchigia fu ridonata ai boschi dalla filantropia del popolo, che li ha redenti colle proprie sostanze e con i propri sudori». [4]

Signori «forestieri», quando potrete vantare titoli così sacri di lavoro e di sacrificio, saremo lieti di accogliervi nella nostra famiglia regoliera. Dirò anche che io avrei, ad esempio, concesso da tempo al sindaco Luigi Ciani, che per tanti anni ha dato la sua illuminata opera all’amministrazione della cosa pubblica, un tangibile riconoscimento, offrendogli la qualifica di Regoliere ad honorem.

Abbiamo visto e potuto valutare la vasta portata degli interventi della Regola a favore dei propri compartecipanti. Alla base però di questa grandiosa opera sta la povertà assoluta della vita in montagna, dovuta allo squilibrio fra la densità della popolazione e la scarsa produzione agraria. Povertà non solo nel senso economico, ma anche spirituale, a causa della mancanza di conforti della vita civile e di una attiva vita di relazione.

Il Comelico, ad esempio, è sovra popolato. Ha una densità per kmq. di 44 abitanti, in confronto ai circondari di Cavalese e di Tione, che hanno rispettivamente 33 e 36 abitanti. Se riferiamo poi la densità della popolazione all’area lavorativa (prati e seminativi), in confronto ai 230 abitanti della provincia di Bolzano (montagna), ad economia agraria molto progredita, stanno i 350 abitanti del Comelico. Non vi è chi non veda la necessità di incrementare la produzione in modo da realizzare più alti redditi unitari nel campo agrario, zootecnico e forestale.

La sola enunciazione dei problemi da risolvere, fa apparire necessaria una serie di miglioramenti che hanno bisogno di essere promossi, quali: la trasformazione dei pascoli in prati stabili, l’incremento della produttività di quelli esistenti, la trasformazione agraria dei pascoli montani ed il loro miglioramento, specialmente di quelli promiscui, abbandonati quasi completamente. Nella sola valle di Visdende centinaia di ettari potrebbero, se divisi fra i proprietari, passare da una produzione di qualche quintale di magro foraggio ad una produzione di almeno 25-30 quintali di ottimo fieno per ettaro.

In Cadore non si fa sentire la necessità di trasformare i boschi in altre qualità di coltura. E’ in atto da secoli un naturale equilibrio fra la superficie a bosco e le altre destinazioni della terra. La gravità del problema sta invece nel pascolo nei boschi.

E’ inutile però impostare problemi di tecnica e di miglioramento forestali e volerli risolvere, se parallelamente non si è attentamente studiata la possibilità di migliorare i prati, i pascoli, i prati-pascoli e gli incolti produttivi, in modo da assicurare una produzione foraggiera sufficiente al mantenimento dei 3.000 capi normali di bestiame che, per cinque mesi, pascolano sui beni di proprietà collettiva. Accanto a questi problemi di agronomia e selvicoltura sta l’altro problema, altrettanto urgente e interessante: l’alimentazione ed il miglioramento, attraverso la selezione, del bestiame da latte, per ottenere degli incrementi nella produzione. Niente di serio, in questo campo, è stato fatto fino ad ora da parte degli allevatori.

Quanto ho detto per il Comelico, con gli opportuni aggiornamenti può essere benissimo riferito a tutto il resto del Cadore.

 

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Il Cadore ed i suoi boschi

 

Dai dati desunti dal catasto forestale, non ancora pubblicato, e da quelli rilevati direttamente dai piani economici sommari compilati di recente, si può ritenere che la superficie a bosco, in Cadore, ammonti a complessive ha. 50.688, così ripartita fra i diversi distretti forestali:

 

Popolazione                        Superficie                             Boschi di proprietà

                                       di fatto (1936)    territoriale   individuale   collettiva

 

Comelico e Sappada                11.077                      34.349                   2.043          11.454

Auronzo                                8.144                        34.777                                   670            9.844

Pieve di Cadore                 16.074                      47.998                      906           14.376

Cortina di Cadore              5.343                        25.457                                     69           11.326

Totale generale                  40.638                     142.581 3.688           47.000

 

Risulta, pertanto, che la superficie boscata occupa il 28,5 per cento della superficie territoriale e che il bosco è diviso per abitante in ragione di ettari 1.250.

La produzione totale del legname da lavoro (fino a 7 cm. di diametro) dei boschi di proprietà degli Enti ammonta a 50.000 metri cubi, a cui si devono aggiungere almeno 40.000 metri cubi di legna da ardere, consumata direttamente dalla popolazione, in ragione cioè di un metro cubo per abitante e per anno.

Il complesso del patrimonio forestale è rappresentato per la quasi totalità da boschi di alto fusto, di resinose, in cui predominano l’abete rosso e l’abete bianco; meno diffusi sono il larice ed il pino silvestre. In Comelico, nei migliori comprensori boschivi (Santo Stefano e San Pietro), su di una superficie di circa 6.000 ettari, le proporzioni fra le diverse specie legnose sono le seguenti: abete rosso 76 per cento, abete bianco 12 per cento, larice 7 per cento, pino silvestre 5 per cento. Mancano del tutto le fustaie di latifoglie ed hanno scarsa importanza, per la loro limitata estensione, i cedui semplici e quelli matricinati.

Dall’esame dei dati, per ogni distretto forestale, risulta che l’incremento annuo per ettaro di legname da lavoro (fino a 7 cm. di diametro di lordo delle perdite di lavorazione, che si possono valutare al massimo al 20 per cento) si avvicina ai 3 metri cubi in Comelico, ai 2 metri cubi nel distretto di Auronzo e non raggiunge i metri cubi 1.50 – 1.75 nei distretti di Pieve di Cadore e di Cortina.

La utilizzazione annua effettiva si riduce però sensibilmente per poter aumentare la provvigione legnosa reale che, come vedremo, è molto deficiente rispetto a quella normale. A Santo Stefano, ad esempio, in confronto ad un incremento medio annuo per ha. di metri cubi 3,390, la utilizzazione reale è stata contenuta, dal progettista del piano economico, entro i metro 2,090, con un tasso di utilizzazione corrispondente a metri cubi 1,04 per cento della provvigione totale.

Si noti che il Comune di Santo Stefano e quelli di San Pietro e San Nicolò sono spesso citati, da autori italiani, come esempi di selvicoltura progredita.

Il reddito forestale in Cadore, a mio avviso, è invece molto lontano dalle reali possibilità. Se si confrontano i dati esposti con i risultati raggiunti in Svizzera nell’ultimo secolo, dove i metodi di taglio sono quelli stessi praticati da noi, dobbiamo fare delle amare constatazioni. Infatti i boschi di alcuni Comuni svizzeri, sottoposti alla conduzione diretta da parte di tecnici forestali, subirono in pochi decenni dei notevoli miglioramenti.

Bastino i seguenti esempi. Le foreste della città di Chur, sottoposte alla coltivazione diretta nel 1885, passarono da una ripresa media annua per ettaro di metri cubi 2.500 ad una ripresa di metri cubi 6.500; quella del Comune di Couvet in qualche decennio da metri cubi 3 salì a metri cubi 9; analoghi risultati furono ottenuti nelle foreste comunali di Boveresse, ove la ripresa annua fu portata da metri cubi 3,750 a metri cubi 8. Le foreste citate, che occupano una superficie di qualche migliaio di ettari, sono tipicamente alpine, tutte trattate a taglio saltuario.

A confermare l’attendibilità dei dati, possiamo citare qualche esempio anche da noi: in Val Visdende difatti la produzione media dell’intero comprensorio, di circa 4.000 ha., si avvicina a 4 metri cubi per ettaro ed in qualche particella di notevole estensione (le Bergerie ha. 36,90) l’incremento medio di maturità raggiunge i metri cubi 6,36 (esclusa la ramaglia e la parte di cimale inferiore a 7 cm. di diametro). Quali le cause di questo stato di fatto?

E’ risaputo da tutti i tecnici forestali, che conoscono le abetine del Cadore non solo dal punto di vista panoramico, ma anche nella loro intima costituzione, che il problema è vasto e complesso più di quanto non lo credano i pratici del posto. E’ bene fissare alcuni concetti basilari di tecnica forestale, prima di parlare delle reali condizioni dei boschi del Cadore.

Il bosco normale, il bosco ideale tipo, nel quale la vegetazione raggiunge il massimo della sua attività utile con i migliori mezzi possibili, che soddisfa in altri termini a tutte le condizioni necessarie per dare il massimo incremento legnoso nel tempo e nello spazio, è un bosco che ha le seguenti caratteristiche:

Una densità normale: area basimetrica, delle piante da 20 cm. di diametro in su, di circa 31-32 mq. ;

Una provvigione per ettaro prestabilita, necessaria e sufficiente a mantenere nella unità di superficie il massimo incremento nel tempo;

Un turno di maturità o, per le forste a dirado, un diametro prestabilito di recidibilità;

Una studiata e sperimentata proporzione fra le diverse classi (giovani, medie e mature) che compongono la foresta.

 

I boschi del Cadore, nel loro complesso, non rispondono a nessuna di queste condizioni essenziali: tutti sono fuori dalla norma.

L’errore più grave è stato commesso in passato, con il taglio commerciale – strettamente commerciale – delle piante da 12-15 once, taglio che ha sistematicamente fatto cadere la scure sulle piante migliori, lasciando in piedi quelle dominate e aduggiate, ritenendole piante giovani, meritevoli di essere conservate. E’ mancato in modo assoluto, prima della guerra [del] 1915, il taglio culturale, per lo scarso valore dei prodotti di diradamento, che, il più delle volte, non avevano un autonomo prezzo di mercato.

Operando in tal modo, si è diradato il bosco, tanto da ridurre la densità al 60-70 per cento di quella normale. Dai piani di assestamento si rileva, infatti, che nei Comuni di Santo Stefano, San Pietro e Danta, i cui boschi si trovano in buone condizioni di conservazione, le radure ed i vuoti occupano rispettivamente il 22, il 37 e ancora il 37 per cento della superficie boscata.

Si è diminuita, inoltre, la produzione annua, portando il soprassuolo verso forme anormali, impoverendo sia quantitativamente che qualitativamente. Le condizioni del soprassuolo sono state aggravate in un periodo recente (1939-1943) da tagli straordinari di ingenti quantitativi di piante, scelte appositamente per ricavare assortimenti pregiati di legname «avio» e «marina», tagli che per fortuna furono sospesi nel 1944, in seguito al mio intervento.

La massa legnosa totale in piedi (provvigione legnosa) non raggiunge nelle foreste del Cadore i 150 metri cubi per ettaro. Il dato è attendibilissimo, se si tiene conto che la provvigione legnosa media dei boschi di proprietà delle Regole dei Comuni di Santo Stefano, San Pietro e Danta, di una estensione di oltre 6.000 ettari, è stata stimata, dopo diligenti rilievi tassatori, rispettivamente 199, 156 e 200 metri cubi per ettaro. Solo nelle migliori condizioni di stazione: in Val Visdende, in Val Frison, Poidosso, Collalto, Soccento, Valbona, Laghi di Cortina, la massa per ettaro si avvicina ai 300 metri cubi.

I confronti sono istruttivi, se si considera che in un bosco a taglio saltuario lo stato normale si può ritenere raggiunto solo quando la provvigione legnosa, a seconda della fertilità del suolo, è di 250-300 metri cubi per ettaro o, meglio, lo stato normale è raggiunto quando è soddisfatta l’equazione dell’Alverny:

 

M = 320    radice di H / radice di 30

 

cui H rappresenta l’altezza del soprassuolo che si considera; più semplicemente la provvigione normale, secondo Schaeffer, è la risultante del prodotto dell’altezza delle piante più alte, che compongono il soprassuolo di una sezione, per un coefficiente fisso uguale a 10.

In Cadore quindi la deficienza di provvigione legnosa è di 50-100 metri cubi per ettaro, a seconda dei casi.

Quello che è più grave, in tutti i boschi del Cadore le piante in piedi sono distribuite in maniera sproporzionata fra le diverse classi diametriche, in modo che lo stato reale della foresta risulta composto di classi con un numero di piante esuberanti, altre invece con un numero assolutamente deficiente.

In conclusione: la scarsa densità, la deficienza di provvigione legnosa, la irregolare distribuzione delle piante fra le diverse classi diametriche, sono i fattori negativi che abbassano considerevolmente l’incremento dei boschi del Cadore.

Torna opportuno ammonire, come fa il prof. Sala, che è necessario un potente soffio di progresso nelle foreste del Cadore: è strano che il popolo cadorino, che ha lasciato ovunque l’impronta della sua genialità, non abbia posto, finora, maggiori cure per potenziare la propria ricchezza silvo-pastorale.

 

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Orientamenti

 

In Cadore il sistema di taglio in uso da secoli è quello saltuario o a dirado, applicato con criteri razionali fin dal XV secolo, per merito della Repubblica di Venezia.

L’odierna  selvicoltura, dopo le deviazioni e gli insuccessi della tecnica germanica, del secolo scorso, si è orientata ormai in senso naturalistico e ha messo in evidenza i grandi vantaggi del taglio saltuario, non solo dal punto di vista selvicolturale, ma anche sotto il profilo economico. Tale forma di trattamento dei boschi è largamente praticata in Svizzera ed in Francia, nelle abetine delle Alpi, ove non è mai stata abbandonata. E’ un sistema difficile da applicarsi  e richiede l’intervento di tecnici pazienti, appassionati e provetti e un’ampia possibilità di utilizzazioni, che, per fortuna, oggi non manca.

Il sistema non deve essere abbandonato, ma perfezionato; si potrà se mai, caso per caso, esaminare la possibilità di introdurre il sistema del taglio saltuario a gruppi, ove la rinnovazione dell’abete rosso si dimostri difettosa e ove la posizione del terreno lo permetta (zone pianeggianti e falso-piani del fondovalle).

I gruppi disposti a scacchiera, su tutta la sezione destinata al taglio, non dovranno avere una estensione maggiore di 100 metri quadrati; la superficie del taglio del gruppo di piante è in ogni modo funzionale del periodo di curazione, che da noi va da 8 a 12 anni, e quindi della feracità della stazione.

Un interessante problema di assestamento, da impostare e da analizzare diligentemente, è quello della determinazione del diametro di recidibilità delle piante mature.

La domanda che mi sono spesso posta è questa: i diametri di recidibilità di 12-15 once misurati a m. 4 di altezza (corrispondenti a 38-47 cm. a m. 1,30 da terra) sono i diametri economicamente più convenienti rispetto alla posizione del bosco e del mercato? Sono questi diametri in rapporto alle migliorate condizioni delle strade e dei trasporti, e alla tecnica del taglio a dirado?

E’ certo che il diametro di recidibilità non può essere lo stesso nei piani di Visdende e nelle zone a scarso incremento, in boschi cioè di classe di feracità diversa. I diametri di recidibilità di 12 e di 15 once, in uso prima del 1914, erano giustificati da una ragione commerciale (vendita a piede) e dalla difficoltà dei trasporti.

Le forme di taglio che si discostano da quello saltuario devono essere bandite in modo assoluto ai limiti della vegetazione, nelle zone boscate aventi funzioni protettive contro frane e valanghe e in quelle a forte pendio.

In Comelico, nella Valle di Visdende, solo dopo attenti studi, potraino essere adottate delle forme di trattamento più intensive (tagli a strisce, successivi e marginali), ma anche qui sarà bene tenere sempre presente l’adagio manzoniano: adelante Pedro con judicio.

Per i boschi a taglio a dirado, si è detto, che la quantità e la qualità della produzione forestale dipendono interamente dalla misura nella quale è sfruttato lo spazio cubico (aereo e sotterraneo), cioè dal modo più o meno giudizioso col quale questo spazio viene guarnito di piante viventi a fusto costituito; che la consistenza del soprassuolo è nello stesso tempo la causa e la risultante della fertilità, vale a dire che il forestale con la sua azione sulla disposizione delle piante può agire direttamente sulla produzione.

Non vi è chi non veda, in queste proposizioni del Tichy e del Gurnaud, applicate dal Biolley in Svizzera con i sorprendenti risultati che abbiamo segnalato, la assoluta necessità di impostare, per trattare la foresta a taglio a dirado o a gruppi, problemi di ordine tecnico, statistico, economico, aderenti il più possibile alla pratica.

Per fare ciò è necessario dell’ordine, basato su metodi scientifici. I risultati concreti non si possono ottenere che nel tempo, in quanto non è possibile passare da uno stato di fatto ad uno stato normale senza andare incontro ad enormi sacrifici finanziari; in selvicoltura, poi, più che in ogni altra disciplina, è necessario procedere con gradualità, per portare la foresta dallo stato reale a quello normale, qualunque sia la forma di trattamento da adottare.

Nessun studio serio, all’infuori della compilazione di qualche piano economico sommario, è stato fatto in Cadore. Non bastano la pratica ed il buon senso, per risolvere questi problemi, pur riconoscendo a queste facoltà la importante funzione di ponte di collegamento fra empirismo e tecnica.

Se, dal punto di vista strettamente tecnico, si possono fare dei rilievi in merito alla situazione attuale dei boschi del Cadore, non è a dire che i regolieri, dalla costituzione del Comune in applicazione della legge napoleonica del 24 luglio 1802, non abbiano svolto una energica azione di tutela della proprietà regoliera, affidata solo in amministrazione al Comune, che «non sempre ha atteso ai suoi compiti in modoimmune da gravi e giuste critiche» (relazione del dott. Aliquò al Ministero Agricoltura e Foreste), e non abbiano difeso i diritti acquisiti nei secoli, intervenendo tutte le volte che questi sono stati minacciati.

L’azione continua, tenace, ostinata dei regolieri, nel controllare gli atti dell’amministrazione comunale, ha fatto sì che oggi, noi dobbiamo riconoscerlo, i boschi del Cadore si trovano in uno stato potenziale suscettibile di miglioramenti notevoli a breve scadenza. Dove invece è mancata questa azione di controllo, da parte della popolazione, che non si sentiva legata al patrimonio comunale dalla tradizione, dagli usi e dalla storia, le condizioni dei boschi sono, dal punto di vista tecnico, in condizioni allarmanti e, nell’Italia centro-meridionale, nella quasi totalità disastrose.

 

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Conclusioni

 

Abbiamo visto come il bosco abbia le sue specifiche utilità, dirette ed indirette; la base della vita dei montanari sta, pur tuttavia, nel campo, nel prato e nel pascolo.

Il problema è oggetto da decenni di studi e di indagini, ma, alle penose constatazioni, non è seguita un’azione che abbia praticamente dato qualche risultato.

Dalle leggi forestali il problema è stato visto come problema di vincolo, di polizia, di stabilità dei terreni, di boschi, ma mai sotto il profilo di vita delle popolazioni della montagna; popolazioni che rappresentano il più alto grado di ruralità e che hanno sempre dato prove di eroismo e di alto civismo, in ogni campo.

Da troppi anni ci fanno delle promesse, che nessuno mantiene; eppure i montanari continuano a dare, in silenzio e disciplinatamente, la loro opera in paese e all’estero.

Quando pagherà lo Stato questo suo debito d’onore verso le popolazioni di montagna? Interamente forse mai!

Dal complesso dei dati esposti e dalle deduzioni che ne derivano, risulta che il problema della montagna è di vasta portata e molto complesso, per i tre lati che esso investe: agrario, pastorale e forestale.

La dovizia dei mezzi con cui le Regole beneficiano e assistono i propri compartecipanti, non deve trarre in inganno; la disponibilità economica delle Regole è allo stato potenziale e, mentre da una parte potrà subire elevati incrementi produttivi, valendosi delle impensate risorse dei beni da loro posseduti, dall’altra potrà andare incontro a delle contrazioni paurose, qualora non si intervenga tempestivamente nel riordinamento tecnico e nella disciplina del godimento di tale proprietà terriera, turbata anche dalla azione dei Comuni.

Si tratta di problemi da coordinare, e che richiedono unità di indirizzi, per non alterare l’equilibrio che deve sussistere nell’intervento tecnico e amministrativo, ai fini della produzione.

Questa opera deve essere messa in valore dal tecnico, sotto forma di vero apostolato e di guida, partecipando di giorno in giorno alla vita di queste popolazioni, vivendo sul posto; solo così potrà attuarsi una intelligente disciplina dei diversi fattori della produzione.

Lo Stato, data la sua peculiare caratteristica, accentratrice e burocratica, è il meno indicato a risolvere questo problema; lo dimostrano, se fosse necessario, le recenti vedute sul decentramento amministrativo dei servizi dello Stato, in generale, e particolarmente di quello forestale.

La condotta forestale, fra le Regole, o fra i Comuni, riuniti in consorzio, è l’unica forma di amministrazione decentrata consigliabile, se si vuole sul serio affrontare questo annoso e pressante problema; essa sola assomma tutti i requisiti voluti dalla tecnica e dalla pratica.

L’autorità forestale non deve, come per il passato, dimostrarsi ostile e intollerante verso questa forma di gestione, dei patrimoni collettivi e degli Enti, ma deve vedere nel direttore tecnico della condotta un cordiale e fattivo collaboratore.

Il problema montano, una volta per sempre, deve essere impostato su basi che possono avere una pratica attuazione e che riassumo nelle seguenti proposizioni:

Accogliere i concetti informatori della recente proposta dell’on. Micheli per una legge a favore della montagna;

Rivedere la legge forestale vigente, conservando per quanto è possibile la sua impostazione, e quella sulla bonifica, e i criteri della loro applicazione;

Eliminare, in questi provvedimenti, ogni tendenza al frazionamento dei beni collettivi, escludendo, almeno per i territori alpini ove la proprietà coltivatrice è intimamente legata ai patrimoni silvo-pastorali degli Enti, la gestione dei patrimoni stessi da parte dello Stato;

Assicurare alle terre di proprietà collettiva, e a quelle degli Enti, una gestione tecnica adeguata, per la esecuzione graduale dei piani di miglioramento e di incremento della produzione, in primo luogo agraria e parallelamente forestale, favorendo il sorgere di condotte volontarie consorziali, istituite dal ministro Rainieri fin dal 1917, in cui l’autorità forestale sia bensì presente, ma non imperante.

 

Occorre, in sintesi, arrivare alla concezione del comprensorio di Bonifica montana, in modo da mettere le popolazioni del monte sullo stesso piano dei proprietari terrieri dei comprensori di Bonifica della pianura e della collina, che, valendosi della propria attrezzatura tecnica e finanziaria, assorbono miliardi di lire in opere di competenza statale e privata, per la sistemazione, idraulica e agraria, delle loro terre.

 



[1] Nota del Doriguzzi: «La sola Regola di Santo Stefano nel 1816 [aveva] debiti per lire 296.829,88».

[2] Nota del Doriguzzi: «Il bosco di Tovanelle, della Comunità Cadorina, è stato ceduto a privati a pagamento debiti contratti per forniture di granaglie».

[3] Nota del Doriguzzi: «La Regola non aveva più credito di granaglie presso i fornitori del piano».

[4] Nota del Doriguzzi: «Mi manca la citazione della nota».