Approfondimenti

 

Articolo tratto da: «L’Amico del Popolo», 15 giugno 1985, p. 7. Ripubblicato pro manuscripto

(copie 153), Segretariato Pellegrini da Zoldo, serie «Le Schede», n. 4, pp. 8, 15 giugno 2000; a

p. 1 riproduzione di una fotografia di Bepi Zanfron con «il casaro Nicolò tra l’enorme caudìera

o caldaia per la cottura del formaggio e le forme appena preparate»; essa accompagna l’articolo originale. Ripubblicato pro manuscripto, Centro culturale «Amicizia e Libertà», dicembre 2001.

Ripubblicato, infine, nell’opuscolo del 2004 su Nicolò.

 

Michelangelo Corazza

 

Nicolò, l’ultimo casaro di Zoldo

 

Il Volpe scriveva in una sua guida: «Ho sott’occhio una statistica (era l’anno 1884) delle undici latterie sociali zoldane, e rilevo che nell’esercizio del primo novembre 1882 a tutto maggio 1883 i soci di tali latterie erano in complesso 437 con 964 vacche, somministranti kg. 687.737 di latte, con cui furono confezionati kg. 25.216 di burro, kg. 48.159 di formaggio, kg. 23.722 di ricotta, con un utile approssimativo di lire 115.495.

«La più anziana delle latterie della regione è quella di Fornesighe, fondata nel 1877; le più giovani quelle di Bragarezza, Fusine e Mareson con Pecol, istituite nell’anno 1883, per cui nei dati numerici accennati queste figurano con magri risultati, perché lavorarono pochissimo tempo prima del maggio ’83».

La più promettente è l’ultima venuta, cioè quella dell’alto Zoldano [1] (Mareson e Pecol), «poiché può lavorare il latte di duecento vacche e resta aperta tutto l’anno». Si era dunque passati, a quei tempi, dalla lavorazione casalinga dei prodotti ad un lavoro sociale forse più vantaggioso e redditizio. [2]

Ma, quasi certamente, non fu il periodo di maggior splendore della pastorizia zoldana, visto che in sèguito, ad una ad una, le frazioni, anche le più piccole, ebbero la loro latteria. Per decenni il settore rimase di primaria importanza, rispetto ad altre attività.

A cavallo tra le due guerre, tutte le latterie dislocate sul territorio continuarono e vissero un’attività intensa. C’era chi, a quel tempo, intraprendeva già la via dell’estero, nel miraggio di una vita meno grama. Dopo la seconda guerra mondiale, [ci fu] il grande esodo verso la nuova vi[t]a, che finanziariamente prometteva un avvenire migliore.

Lavori agricoli ed attività pastorali subirono una notevole flessione; mancando le braccia maschili della famiglia, non sussisteva più la possibilità di mantenere tanto bestiame e, di conseguenza, le latterie, ad una ad una, chiusero i battenti.

Negli anni Cinquanta, queste strutture atte alla lavorazione dei latticini resistevano ancora, seppure in numero limitato; ma, accentuandosi poi il fenomeno dell’emigrazione, si arrivò alla chiusura completa. Oggi, nell’anno 1985, le latterie esistono ancora, chiuse; ma molte ristrutturate, per merito di frazionisti, privati o Amministrazioni comunali.

E, in un’epoca in cui da un momento all’altro si potrebbe vedere un missile solcare il cielo, a Coi di Zoldo Alto resiste l’ultimo alito di una passata attività, in netto contrasto con l’evolversi dei tempi.

Sorta nell’anno 1885, la latteria di Coi conta cento anni di ininterrotta attività. Ancor oggi, i pochi che hanno il bestiame, vi portano il latte, ogni giorno. Il casaro è Nicolò Pellegrini che, per cinque mesi all’anno, [3] quando il bestiame è svezzato e il latte abbonda, si alza alle cinque di mattina e fino a mezzogiorno lavora e mantiene l’antica tradizione della lavorazione dei derivati del latte.

Nicolò è del 1926. Da trent’anni si applica nel mestiere con passione e competenza. Le cifre odierne non sono sicuramente quelle trascritte dal Volpe, circa cento anni fa. Settimanalmente, comunque, produce una quarantina di forme di formaggio, un centinaio di ricotte, circa settanta chili di burro.

Ha imparato l’arte del casaro (perché di arte si tratta e non di mestiere), letteralmente «rubando» i segreti agli avi. Nelle giornate vuote, attratto da quella meravigliosa trasformazione del latte in derivati, Nicolò si recava alla latteria [e] dava una mano; e così, tra una sbirciata e l’altra, è riuscito a capirne segreti e astuzie.

Sembra strano e, nello stesso tempo, [è] affascinante vederlo prelevare con lo straccio il formaggio dall’enorme caldaia, riporlo nelle apposite forme, con certosina pazienza, pressarlo e lavorarlo con cura e quasi con venerazione, fino all’ultimo trattamento.

Scoppietta il fuoco sotto la caldaia; l’odore acre si espande, attorno, insolito, come a farci ricordare il passato. Nicolò parla di sé stesso e del suo mestiere con molta semplicità; non si sente l’ultimo della schiera capace di produrre, ancora, coll’antico sistema. E, mentre ci spiega funzioni ed usi dei vari attrezzi, non possiamo rinunciare alle meditazioni: se Nicolò abbandona, la latteria di Coi – ultimo filo che ci lega al passato – come continuerà l’attività?

«I giovani hanno scelto un’altra vita», ci confida il casaro, «una vita più redditizia e di maggiori soddisfazioni». Lo dice con tono accorato; ma, mentre continua ad erudirci, notiamo nelle espressioni una soddisfazione unica, che nessun altro mestiere avrebbe potuto dargli.

 

 



[1] L’Autore usa questo sostantivo che, come è stato sovente affermato, non è l’esatto nome della valle, essendo esso «Zoldo».

[2] Il «forse», in vero, non regge, perché è evidente che la lavorazione in forma associata portò vari benefici, compresa una maggiore igiene nelle abitazioni private.

[3] In realtà otto-nove mesi.