Approfondimenti

 

Articolo tratto da: «La Famiglia», bollettino parrocchiale di Forno di Zoldo, a. 61°, n. 10, ottobre 1973, pp. 6-14. Ripubblicato pro manuscripto (copie 153), Segretariato Pellegrini da Zoldo,

serie «Le Schede», n. 3, pp. 16, 15 giugno 2000; ripubblicato pro manuscripto,

Centro culturale «Amicizia e Libertà», dicembre 2001

 

Anonimo

 

Antichi costumi di Zoldo

 

Cosa dice il mio Signore

 

Nella mia stanzetta in penombra discreta, perché è illuminata dalle luci dei recenti impianti, spicca sulla parete il Crocifisso. Nelle sere e durante le notti, quando il sonno tarda a venire, mi rivolgo in raccolta preghiera al Cristo. A Lui, al mio Signore, confido le pene segrete dell’animo. Quando impaziente si fa la voglia di agire e di sacrificare tutto e tutti per un sentimento di superiore giustizia, Egli mi guarda con il suo sorriso dolce e mi dice:

«Nulla rimarrà del presente tuo travaglio, le pene tue saranno addolcite.

«Nulla è rimasto di imperi grandiosi, che pur parevano intramontabili. Imperatori superbi sono stati annientati e cose pur grandi, quelle che sembrano importantissime, diverranno un cumulo di fumanti rovine.

«Di esse, delle più fortunate, non rimarrà che n pallido ricordo e nulla più. Tutto travolge l’oblio nella sua foga! Anche le cose che sembrano dover godere di vita più ampia e duratura si trasformeranno, logorate, mutate e cambiate dal trascorrere del tempo, che non perdona!

«Tutto è costretto a perdere il primitivo splendore, l’antica prestanza. Tutto è ridimensionato, se esaminato nella prospettiva storica del tempo, che su tutto trascorre leggero e veloce, lasciando cumuli di polvere. Vano, nella prospettiva dei tempi, appare lo stesso affaticarsi dell’uomo sotto il sole.

«Volgi intorno gli occhi, guarda ed esamina. A parte il vecchio Pino, centenario, delle Croci, che ha visto tanta parte della storia e delle vicende della Valle, perfino lo spiazzo soleggiato, così bello ed attraente nei giorni della fanciullezza, di un verde che pareva destinato a durare, il bel sagrato antistante la chiesa, il bel San Floriano coronato di azzurro, anch’esso, il verde spiazzo, si è trasformato, per diverso uso ed altra sistemazione. Non accoglie più le turbe numerose dei giovincelli ospiti, intenti alle interminabili partite al Bich, aventi per palio alcuni bottoni. Ora la “rondinella” regna sovrana, ed anche lo spiazzo antistante la chiesa non è più lo stesso.

«Tutto traveste il tempo, nella sua foga, e le cose e le umane sembianze»:

Queste cose m’ha detto il mio Signore, il Padrone degli avi, che da lassù guarda al nostro vano incensarsi, al nostro vano rincorrere folle e chimere; il Cristo, cercato per tante vie, e per quelle del razionale e dell’irrazionale; il Cristo, tante volte cercato, tante volte perduto e quindi nuovamente cercato e ritrovato, con nuovo sapore e nuova gioia, perché Signore del tempo e Signore nostro, perché principio e fine di ogni nostra vicenda, fine e coronamento della nostra esistenza, che si illumina di nuova luce se vissuta alla Tua luce, al lume dei Tuoi insegnamenti.

A parte il fatto che sempre, da questi colloqui col Cristo discende in me una pace, che è rassegnazione e conforto, in una delle scorse sere, uscito rafforzato da uno di questi dialoghi, rivedendo alcuni disegni del pittore Monti, che ha illustrato tante figure di montanari e tanti aspetti del nostro Zoldo, m’è nata vaghezza di stendere alcune note in margine a tali disegni; cosa che mi sono proposto di fare, mettendo come al solito la mia vita e le mie scarse cognizioni e tutto me stesso, come sempre, a completo servizio della Comunità.

Così una sera, confortato dalla Grazia del Signore, al chiaro della luna e delle lampade della pubblica illuminazione, pensatore solitario, mi son messo a stendere pigramente queste note, sicuro che, anche se il tempo non è costretto a durare per sempre, c’è l’eternità che gli viene in aiuto, sicuro di far piacere soprattutto a me stesso, prima che al cortese pubblico dei lettori.

 

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I bambini

 

Li si voleva castigati fin dall’infanzia. Li si avvolgeva quindi strettamente in fasce e li si poneva a dormire nella culla; ma più spesso, durante il giorno, in un canestro di vimini. Non c’erano per loro né chicche, né trastulli di nessun genere. Le donne partivano per il lavoro dei prati e dei campi e li lasciavano spesso incustoditi. Era di voga il detto che il pianto rinforza la voce e fa crescere belli. Era comune intendimento crescerli fin dalle prime ore di vita alla dura scuola del sacrificio e del silenzio, che accetta umilmente ciò che il destino dispone. Né a spendere per loro, a loro favore, uno strale, una lancia od una parola; Rousseau non era ancora nato e, se lo era, da noi non era conosciuto.

Ad insegnare loro i primi passi, ad «incignar quei piedini scalzi», come direbbe il Pascoli, c’era il «tastarùol», o si provvedeva con un corpetto legato strettamente alla vita, al quale erano legate delle bretelle, reggendo le quali la mamma poteva dirigere il piccolo e badare che non cadesse o si ferisse, urtando contro qualche ostacolo.

Per quanto concerne l’alimentazione, veniva fatta naturalmente. [1] Fino all’età di circa un anno era di prammatica l’allattamento al seno; il quale seno pare si conservasse sodo e prosperoso, pur attraverso le cure dell’allattamento.

Appena scendevano i primi dentini, il piccolo sedeva alla tavola comune, con la mamma, che gli sminuzzava il cibo e lo invogliava a mangiare. Niente quindi «omogeneizzati», pappe di riso o di cereali. Pure, i figlioli crescevano sani, belli e prosperosi, formando la delizia delle mamme e dei padri.

 

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I ragazzi e le ragazze

 

Appena un po’ cresciuti, i ragazzi venivano abituati a vestire gli stessi vestiti che già usavano i padri; anzi i vestiti dei padri venivano, quando smessi perché logori, adattati ai figlioli. I ragazzi portavano una camicia di lunghe maniche di tela, la si usava generalmente priva del colletto… Sopra la camicia si portava il corpetto, il «crosta», e, sopra, se d’inverno, la giacca. Più spesso, se d’estate, una blusa. I pantaloni non avevano l’apertura davanti, il cosiddetto «battagnel» - come usano i tedeschi sui loro pantaloni di cuoio – ma l’apertura, il cosiddetto «codat», lo portavano di dietro. Era una comoda spaccatura che consentiva di accomodarsi ogni dove, senza sporcarsi, bastava solo inchinarsi e si potevano fare liberamente i propri bisogni. Si risparmiava sapone e si risparmiavano le interminabili «liscive», fatte a base di cenere, che sbiancava la biancheria e la rendeva come di spigo, profumata.

I pantaloni erano corti, perché si voleva «corto il pantalone e lungo il gonnelline». Nelle tinte per i vestiti dei ragazzi ed anche degli uomini predominava il grigio. Nella confezione si usavano spesso dei frustagni e, per i vestiti di festa, spesso le stoffe della «folina». Ogni fronzolo superfluo era abolito, perché costituiva una deroga, degna di riso, alla castigatezza dei costumi cui si volevano crescere ed educare le nuove generazioni.

Le ragazze non somigliavano punto né poco alle libere donne di Magliano. Erano educate all’obbedienza ed al rispetto i più assoluti. Sin dal primo aprire gli occhi alla vita del mondo, dovevano dar del «lei» a babbo ed a mamma ed a tutte le persone con le quali venivano a parlare. Il loro dire doveva essere raffrenato, perché appunto donne e soggette alla obbedienza al marito.

Portavano lunghi capelli, annodati in trecce, che a loro volta venivano annodate in un «coccone» alla sommità del capo. I capelli erano sempre pudicamente coperti da un fazzoletto di tela, a fioro nei giorni di lavoro, e nero con frange se nei giorni di festa, sempre con grandi disegni di fiori variopinti.

Le giovinette di «nobile origine» o provenienti da famiglie abbienti, ma qualche volta anche le più poverelle, sopra i capelli, raccolti in cerchio attorno alla nuca, portavano infilzate le «guséle», coi «pómoi» di argento, che facevano un gran bel vedere e spiccavano brillanti alla luce del sole. Il collo, sempre abbondantemente coperto, era stretto da una collana di «corài» o di «ingranate», che le nonne lasciavano in eredità e retaggio alle nipoti giovanette. Anche loro portavano delle bianche camice di tela e, sopra, un corpetto stretto ai fianchi, per dar abbondanza e splendore al seno e alla vita. Sotto, la gonna si stendeva in pieghe, ampia e lunga. Sopra la sottana era costume portare un grembiule, per lo più bianco.

Ai piedi calzavano le pantofole, gli «scarpét», aventi suola di panni ritagliati su misura del piede e ricuciti, mentre la tomaia era di velluto. Le giovanette dovevano dimostrare la loro bravura nel saper ricamare sopra la tomaia dei graziosi ornamenti, per lo più fiori variopinti, in genere stelle alpine e garofani.

Si dovrebbe dire delle scarpe, ma esse venivano calzate solo in giorni eccezionali, di festa o per affrontare un lungo viaggio.

 

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I giovani e la sagra di «Magn»

 

A San Giovanni (24 giugno) le giovani ormai cresciute, che si appressavano a lasciar la famiglia per congiungersi in giuste nozze con quello che doveva diventare il compagno fedele dell’intera esistenza, dovevano dimostrare e rendere per così dire pubblica la loro abilità di massaie e di donne di casa. La bellezza era tenuta solo fino ad un certo punto in considerazione; grande prestigio godeva invece e considerazione la loro probità e la loro capacità di donne di casa, abili in ogni esercizio della loro professione, oltre che pronte ad ogni lavoro e sacrificio che la vita richiedeva. Per dimostrare queste loro specifiche competenze si organizzava la sagra dei «Magn».

Cosa significhi, lo dice la parola, che esprime ad un tempo il significato di mangiatore e di capacità di ammanire pasti e cibi di varia natura. Di questa festa, caduta ormai in un triste ed impietoso disuso, abbiamo discusso a lungo sotto la cappa del cav. Roberto Lazzaris.

E’ stato detto che così si svolgeva. I giorni prima dello scoccar della giornata fatidica, le future spose e madri correvano il bosco, risalivano i «grinai» della Foppa in cerca di legna cosiddetta bianca, cresciuta lentamente, perché sprigionasse una fiamma regolare, non troppo violenta e senza fumo. Quindi attendevano al loro lavoro di cuoche, che doveva abilitarle presso lo sposo futuro. Preparavano con somma maestrìa, ereditata dalle loro ave, «fuoie rostide», tartine, frittelle, castagnole, gialletti, «batto», ecc. Gli sposi futuri venivano invitati non solo al pranzo od al rinfresco che ne seguiva, ma anche ad accertare di persona che la donna che avrebbero sposato, oltre che rotta e pronta a tutte le fatiche che la unione comportava, sapeva preparare i cibi ed ammanire la tavola nel migliore dei modi. Se la prova era superata, il «contratto» veniva concluso e la giovinetta diventava sposa. Le nozze erano celebrate in chiesa.

La suocera era tenuta in grande considerazione dalla sposa novella, che la venerava come «maestra» della nuova casa e della nuova vita, che si appressava ad intraprendere. La domenica successiva al matrimonio, la suocera accompagnava la nuora alla santa Messa e le indicava il posto ed il banco di famiglia. Se una nota allegra, di colore, portavano gli abiti della sposa prima del matrimonio, <dopo> venivano smessi <e> di adattava il grigio, il colore della nuova vita, che ricordava alla giovane maritata costantemente che, più che per divertirsi, si era congiunta per affrontare sacrifici, per diventare una madre sagace, atta e capace di crescere i figlioli al dovere ed al santo timore del Signore, che è inizio di ogni sapienza.

Tutto questo per dimostrare che, se anche allora le doti fisiche erano tenute in considerazione, non da meno erano tenute in considerazione le doti morali e le capacità specifiche e la competenza a ricoprire il nuovo ruolo che aveva scelto.

   Si potrebbe parlare a lungo dei cibi allora in auge e dei costumi che caratterizzavano il matrimonio, delle usanze e consuetudini. Forse lo faremo in altra occasione. Per intanto basti questo accenno.

 

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Gli uomini

 

Per l’economia dell’articolo potrebbe bastare, ma un cenno dobbiamo fare, prima di chiudere, ai costumi di vita degli uomini, che erano per altro altrettanto sobri e castigati di quelli delle donne e delle giovani spose.

A proteggere il capo dal sole e dai rigori del clima, portavano in capo il cappello. Quello dei chiodarotti era spesso coperto da fuliggine, da «paarél». Curavano i baffi e spesso le barbe fluenti, che consideravano onore del mento e quasi emblemi della serietà della vita e dei rapporti che si proponevano di intraprendere. La parola detta era sacra, ed inviolabile quanto stabilito. Correva il detto: «L’uomo lo si prende e giudica per la parola, il bue per le corna». Non si faceva uso di troppe carte bollate e spesso i notai rimanevano inoperosi.

Al medico si ricorreva nei casi di vero bisogno, di estrema necessità. Non per questo la vita era meno prolifica dei beni della salute e della prestanza fisica. Già la travagliata infanzia e le epidemie che allora di sovente si registravano, avevano tolto di mezzo gli inetti alla vita ed alle fatiche che essa comportava. Una vera selezione naturale era venuta prima dello scoccare dei cinque anni.

Per il resto, il costume che riguarda il vestire non era dissimile da quello dei giovani. Le camicie erano in genere senza colletto, perché soggetto a facilmente sporcarsi; il corpetto aveva diversi taschini, in uno dei quali si riponeva l’orologio, legato all’occhiello con una lunga catena; [2] i pantaloni erano al solito corti, a mezz’asta, le scarpe erano considerate un lusso. Nei piedi si infilavano i tradizionali «scarpét» e, nei giorni di umido, le «thócole». In auge e in considerazione erano i «thócoi», che tenevano caldo i piedi e lo difendevano dall’umidità delle «pittumade». [3] Solo i più abbienti portavano la camicia col colletto, con annodata una cravatta, più spesso un «fiore», come si vede nel disegno che raffigura Sior Luigi Cercenà, Presidente della Società zoldana per la lavorazione del ferro.

 

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Alcune parole a mo’ di conclusione

 

Sento di essere stato insufficiente per tanti versi a trattare tale argomento, mi par già di udire la voce di molti che lamentano omissioni, incertezze e lacune, che indubbiamente non mancano.

Ma questo vuole l’economia di un articolo.

Restano i bellissimi disegni del pittore Monti, innamorato come me e come voi della nostra magnifica valle, i cui tesori vanno oltre ed al di là delle bellezze naturali.

A conclusione metterei questo pensiero: che, cioè, la vita sobria dei nostri avi, la stringatezza dei loro costumi, la serietà degli intenti e degli ideali loro siano sempre presenti alla nostra mente, siano lì ad indicarci il cammino, la retta via, il sentiero sicuro, in mezzo a tante difficoltà che la vita nostra deve affrontare e superare.

Ciò suoni aiuto e conforto, come sempre. Io ne ho avuto un poco scrivendo queste sparute righe. Spero anche di comunicarvelo.

 

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Scopo del presente articolo e sua giustificazione

 

Alcune parole di giustificazione. Il presente articolo è stato dettato ed improntato unicamente dal desiderio di far rivivere in qualche modo gli antichi costumi di Zoldo, di richiamarli alla nostra considerazione, di salvarli dalla rovina, perché, come m’ha detto il mio Signore e come è facilmente arguibile, «tutto traveste nella sua foga il tempo». Finché sarà vivo il ricordo, non si spegnerà l’eco, né il benefico influsso di tali costumi.

Che ci sia bisogno di far rivivere gli antichi costumi e le antiche tradizioni, ciascuno lo può arguire da sé.

 



[1] Intende dire: «Secondo natura».

[2] Luigi Lazzarin, però, in «Note di Storia Zoldana…», p. 219, afferma: «Unico orologio il sole. Il primo che si vide da tasca in Zoldo fu nel 1800 circa, usato dal Sig. Pierantonio Pra, morto nel 1836».

[3] Anche sull’uso di zoccoli, ecc., cfr. Lazzarin, nota 4, p. 219. A Coi, di conseguenza, se «i thócoi» sono piuttosto le «dàmbre» che gli zoccoli, dobbiamo ensare ad esse nell’indicazione toponomastica della piazza.