Libero Maso di Coi

 

 

Archivio Storico

 

Poesia religiosa dell’Ottocento

 

Un quadernetto non catalogato dell’Archivio familiare riporta alcune preghiere trascritte da Maria De Marco Braghessa, fu Gio. Batta e Giovanna Rizzardini, e la data 22 febbraio 1892. Una di esse è la seguente, inedita, intitolata: «Una ragazza presa dalla disperazione per essere stata abbandonata dall’amante chiama il diavolo, onde glielo faccia ritrovare». Trascrizione del 1991.

 

 

O Regina del ciel, Stella del mare, / o giardino fecondo e nobil pianta,

donami forza ch’io possa narrare / le lodi tue, o Vergine sacrosanta.

E possa un bel miracolo cantare / a chi del tuo sacr’Abito s’ammanta;

possa ad ogni divota far sentire / che chi lo porta non potrà perire.

 

1.

In Napoli, una donna cortigiana /una vita teneva assai sfrenata;

ma sol due giorni della settimana / sempre invocava te, Vergine beata;

e benché fosse perfida e inumana, / s’era del sacro Abito ammantata,

e il mercoledì e il sabato pregiato / si riguardava ben dal far peccato.

 

2.

Essa teneva un giovin di valore / fra tutti gli altri amanti, e quel più amava;

quell’era di costei l’anima e il core, / e l’impudica donna il seguitava.

Il giorno come piacque a Dio Signore, / un giovinetto nel Carmine entrava;

ed ascoltato un buon predicatore, / si umiliava e piangeva il grav’errore.

 

3.

Umiliato e contrito il giovinetto, / nel chiostro del Carmine si serrava;

la donna ingelosita dentro al petto / a cercarne per Napoli mandava.

Ma come piacque a Gesù benedetto, / in niuna parte le si presentava;

ché per far penitenza del peccato, / l’abito del Carmelo avea indossato.

 

4.

Giorno e notte piangeva, e sospirava, / e si sentiva strugger dentro al petto,

e a quanti conosceva addimandava / se avean veduto questo giovinetto;

veruna cognizion nessun le dava, / ond’ella disse: «Diavolo, ti aspetto,

vieni su presto a farmelo trovare, / e l’alma e il corpo mio ti vo’ donare».

 

5.

Il demonio che al mal è ubbidiente / alla donna davanti tosto appare,

e dice: «Eccomi pronto immantinente. / Or dimmi adesso quel che abbiamo a fare».

Rispose allor la donna prontamente: / «Al mio diletto tu fammi parlare,

e poi ti dono l’alma e il corpo mio, / e scrittura farò col sangue mio».

 

6.

Disse il demonio: «Non ti dubitare, / eccomi pronto a fartelo vedere;

ma sappi, fuor di qui bisogna andare, / in luogo occulto… Vieni, non temere!».

Disse la donna: «Andiamo dove ti pare, / eccomi pronta a tutto il tuo volere».

Sopra di un verde prato la menava, / e in tal guisa alla stessa favellava:

 

7.

«Sentimi ben cosa tu devi fare, / se vuoi ogni tuo intento possedere,

quel che al collo tu hai devi gettare, / fallo e proverai grato piacere,

altrimenti non m’è dato d’operare / onde l’amante farti rivedere».

Pensò un poco la donna e disse poi: / «Eccomi pronta a far ciò che tu vuoi.

 

8.

Quanto tu mi comandi io voglio fare, / giacchè nelle tue mani mi son data,

purché all’amante mio possa parlare / che m’importa all’inferno andar dannata?

Anche dell’Abitin mi vo spogliare, / purché contra di lui mi sia sfogata;

son tanto d’ira e di furore accesa, / non temo manco a Dio far tale offesa».

 

9.

Pose le mani sull’abito santo, / per volersi dal collo al fin levare

Quella veste sì pia, quel sacro ammanto / che l’inferno e i demoni fa tremare;

si sentì intenerir la donna alquanto, / né le pareva di poterlo fare;

e nel mentre lo piglia per levare / due volte dietro si sentì tirare.

 

10.

Già risoluta lo volea fare / e la Vergin santa le apparia

E disse: «Figlia, che pensi di fare? / Non conosci la prode iniqua e ria

Del serpente infernal che vuol provare / d’averti eternamente in sua balia?

Son venuta in tuo aiuto, come sai, / per l’Abito mio santo che tu hai.

 

11.

Poi rivolta al serpente maledetto: / «Empio – disse – che pensi tu di fare?

Sai che chi porta questo abito al petto / come Divoto mi dei rispettare:

così comanda il mio Figliol diletto… / Pàrtiti presto e più non indugiare».

Tutto tremante si partiva quello / scellerato demonio iniquo e fello.

 

12.

Or torniamo a quella cortigiana, / ch’era del suo fallir tutta dolente;

parevano i suoi occhi una fontana / tanto costei piangeva amaramente.

Maria le dice allor con voce umana, / ma con un tuon rigido e imponente:

«Chi me rifiuta si si ritrova in guai; / figlia ti lascio, pensa a quel che fai!».

 

13.

La donna allor pentita di buon cuore, / alla chiesa del Carmine volava,

e ritrovato un padre confessore / tutto quanto l’accaduto gli narrava.

Confessò poi ogni suo grave errore / a quel padre che stupito ne restava.

Indi partita se ‘n tornava via / pensando al gran prodigio di Maria.

 

14.

La benedizione poi si fece dare / e per quella rivenne consolata.

A casa giunta, senza più indugiare, / s’inginocchiò alla Vergine beata

dicendo: «Mia Regina non lasciare / d’essere di me misera Avvocata;

sempre ti loderà, Vergine pia, / in fin che viverò, quest’alma mia».

 

15.

Di poi diceva: «Mondo traditore, / come presto mi avevi tu ingannata!

Se non era la Madre del Signore, / per una eternità m’era dannata.

Non più bellezze attorno, non più amore, / ma sempre voi, Maria, vergine beata;

non più piaceri al mondo, non più amanti, / Maria, vi giuro, avrò d’ora in avanti».

 

16.

D’ogni pompa mondana si spogliava / quindi, ch’or parevale stoltezza,

e d’un’oscura veste si ammantava, / in onor di Maria, mar di dolcezza.

Molta sua roba ai poveri donava / e si sentì nel cor grande allegrezza.

I denari che avea, l’oro e l’argento, / l’impiegò per vestirsi in un convento.

 

17.

Non vi starò Cristiani ora a ridire / l’Abito della Vergine Sacrosanto

Essere cosa gelosa a custodire, / ve lo dimostri miracolo sì tanto.

Chi brama santamente di morire, / chi vuole annontanare in vita pianto,

chi brama il Paradiso d’acquistare / sul petto sempre ha da portare.